Oggi, in uscita nelle sale cinematografiche, The Danish Girl (id., Tom Hooper, Usa, 2015)

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Nonostante sia imperniato sulla storia vera di Einar Wegener, il pittore danese che – nella Copenhagen a cavallo tra gli anni Venti e i primi anni Trenta – acquisì notorietà per i ritratti in cui la moglie Gerda Gottlieb lo dipingeva nelle vesti femminili di Lili Elbe e, in seguito, per essere stato il primo transessuale riconosciuto, The Danish Girl è un’opera più rarefatta e spirituale che materica e travagliata.

Tom Hooper – autore pluripremiato per Il discorso del re e Les Misérables – trae dall’omonimo romanzo di David Ebershoff un film intessuto di interni arabescati con gusto pittorico, di atmosfere languide e translucide, da giorno di pioggia, di acquerelli visivi ariosi e luminosi, in cui paesaggi reali e dipinti entrano e si mischiano uno nell’altro, come Einar trapassa in Lili.

Balza alla mente il seicentesco Vermeer, con la sua attenzione ai gesti minimi, ma anche il novecentesco Hopper, specie nella scena notturna in cui Gerda siede sotto una pioggia battente su di una pensilina, a margine di una lunga fila di sedie vuote.

L’espressione del lacerante conflitto interiore di Einar-Lili, l’aspra battaglia tra il suo lato maschile e femminile sino al trionfo di quest’ultimo sono affidati – più che ai dialoghi serrati con la moglie (Alicia Vikander, bravissima nella perenne oscillazione fra dolcezza, malizia e tormento di cui ammanta il complesso rapporto con l’orientamento sessuale di Einar) – al corpo efebico, al viso femmineo, al sorriso malinconico e dolcissimo dello straordinario Eddie Redmayne, candidato all’Oscar 2016 come miglior attore protagonista.

Hooper sembra coltivare un innamoramento tenace e sensuale per il viso di Reiner-Lili, cui regala quasi ossessivamente primi piani prolungati, scivolando con la macchina da presa su forme e particolari, in una scomposizione picassiana del quadro.

A contare, in ultima analisi, sembrano essere più la bellezza e il senso di meraviglia dinanzi alla trasformazione transgender di Wegener che il racconto degli aspetti drammatici e dolorosi, non ultimo il primo intervento chirurgico della storia finalizzato al cambio di sesso.

Eppure, quello che può sembrare un limite non nuoce affatto a The Danish Girl, anzi, lo esalta, regalandogli la calda luce della poesia.

Al di là di qualsiasi barriera posta in essere da natura, cultura e società, questa è la storia dell’evoluzione di un’anima e di una mente, alla ricerca della dimora fisica più congeniale.

«Questo non è il mio corpo» – ci ricorda Lili – «devo lasciarlo andare».

Barbara Rossi

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