Joy (id., David O. Russell, Usa, 2015)

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Se vi piacciono i racconti archetipici, declinati al femminile, che sembrano estrapolati con perizia da un manuale di cinematerapia, Joy – dall’autore del pluricandidato all’Oscar American Hustle, L’apparenza inganna – è il film che fa per voi.

Molto liberamente ispirata all’autentica storia, professionale e umana, di Joy Mangano, che negli anni Novanta diventò un’imprenditrice di successo grazie all’invenzione del “Miracle Mop”, il mocio lavapavimenti, la pellicola riunisce un cast transgenerazionale di star hollywoodiane, da Robert De Niro – sempre più proiettato verso la maschera gigionesca – a Isabella Rossellini, Bradley Cooper e Jennifer Lawrence, aspirante per questo ruolo all’ambita statuetta dorata.

Si tratta della rivisitazione in chiave comico-brillante e moderna dell’antica trama di Cenerentola, ambientata sullo sfondo di un’America proletaria e già tipizzata da letteratura, musica e cinema; ma anche dell’ennesima riproposizione di una soap opera, sulla stessa falsariga di quelle su cui trascorre la vita Terry (Virginia Madsen), tra Dallas, Dinasty e Falcon Crest, con qualche spruzzatina di umorismo grottesco e corrosivo alla Almodóvar.

Tutti i personaggi sulla scena si muovono come figurine di un teatro di cartapesta, nell’irrealtà favolistica di una rappresentazione circense, o come burattini animati da invisibili fili, durante lo spettacolo della domenica pomeriggio.

Tutto è abbastanza inverosimile in Joy, e finto: la recitazione degli attori, le ambientazioni, gli snodi della trama – oscillanti tra il dramma strappalacrime e la commedia dal prudente ottimismo, pragmaticamente americano – l’effetto neve finale, con i fiocchi che cadono su una Joy rinnovata, sicura di sé.

Eppure, resiste quel pizzico di commozione che ci viene dalla consapevolezza di stare assistendo anche a uno psicodramma edipico – questo sì, ben congegnato – movimentato da simboli dell’inconscio, trasfigurazioni dell’umano: l’eterna figlia, il padre ingombrante, la madre nevrotica, la sorella egoista, l’ex-marito infantile…

E su tutti la nonna Mimi (Diane Ladd), la voce narrante; l’eco dell’antica saggezza di generazioni di donne che da cenerentole si sono trasformate, con fatica e senza scorciatoie, in protagoniste della propria vita.

 

Barbara Rossi

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