Aspettando villa Saetta

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Dal 2005 ancora nessun utilizzo del bene sequestrato alla mafia

Il progetto di Don Ciotti bloccato dal vicino

In Italia non esiste, forse, un tesoro più prezioso dei beni confiscati alle mafie. Tra immobili e aziende sequestrate si arriva a un valore totale di trenta miliardi di euro.
I beni immobiliari strappati alla criminalità organizzata sono dodicimila. Di questi, ottomila sono stati dati in gestione alle amministrazioni comunali di pertinenza, mentre quattromila sono tuttora sotto la giurisdizione dell’agenzia nazionale dei beni sequestrati e confiscati.
Se questi numeri fanno impressione, altrettanto scalpore suscita la seguente cifra.
Ben due terzi dei beni assegnati ai Comuni (più di cinquemila) giacciono inutilizzati e abbandonati. La dura sequela d’informazioni proviene da “Per il nostro bene”, il libro di Alessandra Coppola e Ilaria Ramoni, pubblicato da Chiarelettere. Le due giornaliste hanno citato alcuni passi nel corso della puntata di “Presadiretta” del 17 febbraio, dedicata appunto al tema del loro volume.
Se si crede che questo esempio di gestione errata delle risorse italiane non riguardi il nostro territorio, ci si sbaglia. Poco distante da Alessandria, infatti, in località Frazione Donna è presente Cascina Saetta. L’immobile, utilizzato a lungo da Concetta e Rosario Ceci come deposito per le armi e rifugio per latitanti, è stato sequestrato nel 2005 e restituito alla comunità di Bosco Marengo nel 2010.
Si è subito voluto intitolare il rudere al giudice Antonino Saetta e a suo figlio, entrambi uccisi per ordine dei boss Riina e Madonia a causa della sua conduzione risoluta dei processi Basile e Chinnici a Caltanissetta.
Anni d’immobilismo sono stati seriamente messi in discussione dall’attivismo di associazioni come Libera, che nel novembre scorso aveva invitato l’amministrazione comunale a muoversi attivamente per il recupero del bene confiscato. L’idea della sezione provinciale della creatura di Don Ciotti era di demolire l’edificio, ormai in piena rovina, e realizzare al suo posto una serra, dove far emanare “il profumo dei fiori contro il fetore nauseante delle mafie”.
Il sindaco di Bosco Marengo, Angela Lamborizio, si prese l’impegno di portare avanti i lavori di demolizione del complesso.
Il vicino, però, ha denunciato di aver subito danni in seguito all’opera di recupero del bene e molte imprese edili si sono tirate indietro proprio per questo motivo. Ci si augura che il tutto possa concludersi nel miglior modo possibile.

Stefano Summa

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