Il Myanmar: la “Siria” del sud est Asiatico

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Proseguono i duri conflitti nel Myanmar. La giunta militare, che detiene il potere dal colpo di stato dello scorso febbraio, non è più in grado di mantenere il controllo del Paese. I reduci del partito della Lega Nazionale, vincitrice delle passate elezioni, hanno costituito un governo clandestino chiamato CRPH (Committee for Representing Pyidaungsu Hluttaw, Comitato dei rappresentanti della repubblica dell’unione) intento a coordinare le opposizioni al regime golpista. Il governo ombra, che propone ufficialmente Aug San Su Ky, premio Nobel per la pace, come premier e Win Myint come presidente, entrambi arrestati dai golpisti, gode di un favore e di un appoggio pressoché assoluto da parte dei birmani.

Una storia difficile

Il Myanmar ottenuta l’indipendenza dalla colonizzazione inglese nel 1948, è stato a lungo sottoposto ad una dittatura militare, finita solo nel 2011. La vittoria alle elezioni dello scorso novembre della Lega Nazionale aveva fatto sperare in una definitiva democratizzazione del paese. Il governo neoeletto, nella volontà di garantire unità e forza alla struttura statale, aveva nei suoi programmi la costruzione di un impianto nazionale federale. L’intenzione del progetto sarebbe stata quella di difendere l’autonomia richiesta dalle varie realtà etniche, abitanti il variopinto mondo culturale birmano, neutralizzando le spinte divergenti interne, facendole convogliare verso il comune sforzo di modernizzazione e unità nazionale. Per fare ciò era necessario condurre una vera e propria epurazione delle prerogative costituzionali concesse ai militari, retaggio del recente passato della Birmania. Questo, ovviamente, ha messo in allerta le alte cariche dell’esercito che, aggrappate ai propri privilegi, hanno deciso di intervenire direttamente, rovesciando il governo democraticamente eletto e arrestando i principali leader del partito di maggioranza.

Guidate dal generale Min Aung Hlaing il primo febbraio le truppe armate hanno sciolto il parlamento, dichiarato nulle le precedenti elezioni e assunto direttamente il controllo della nazione. Ma il Myanmar ha detto no e la reazione della popolazione non si è fatta aspettare. Immediatamente varie manifestazioni pacifiche di protesta e scioperi si sono diffusi in tutto il paese, e nessuno ha dato credito alle accuse di elezioni truccate mosse dai golpisti. La dura repressione condotta dai militari ai danni della popolazione e le forti tensioni sociali e politiche hanno reso la situazione disperata, trascinando il Myanmar sull’orlo di una guerra civile.

La Comunità Internazionale e la guerriglia interna

Un “Regime assassino e illegale» lo ha definito Tom Andrews, relatore speciale dell’Onu per il Myanmar, in un discorso al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, tenuto l’11 marzo. Un dossier compilato da diversi testimoni diffusi in tutto il Paese e raccolto dal CRPH, presenta circa 180mila casi di atrocità commesse dalla giunta militare ai danni della popolazione, con oltre 540 uccisioni extragiudiziarie e 10 uccisioni di prigionieri sotto custodia. Secondo la Political Prisoner Aid Association, organizzazione che si occupa della difesa dei diritti umani, oltre 700 sono state le persone uccise dalla repressione dell’esercito. A nulla sono serviti gli appelli di pace dei vari rappresentanti religiosi, fuori e dentro il paese, come quello di suor Ann Rosa Nu Tawng, le cui immagini, di lei in ginocchio davanti alle cariche della polizia, hanno commosso il mondo nei giorni scorsi. Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite, il 13 aprile ha rivolto un appello agli stati membri affinché non si ripetano: «gli errori gravissimi commessi in passato in Siria e altrove». Il Ministro della Cooperazione internazionale del governo in esilio, il dottor Sa Sa, in qualità di portavoce del nuovo esecutivo, ha chiesto che le diplomazie internazionali: «neghino alla giunta il riconoscimento internazionale che cerca e le neghino la possibilità, attraverso l’accesso a risorse e armi, di continuare a uccidere la nostra gente».  Molti paesi in Asia, tuttavia, optano per una azione diplomatica più “proverbiale”, dando un colpo al cerchio, il riconoscimento di Aung San Su Kyi e del suo partito come elementi democratici insostituibili, e uno alla botte, l’invito a Min Aung Hlain, in qualità di rappresentante del Myanmar al vertice del 24 aprile dei leader del Sud Est asiatico. Un ambiguo silenzio giunge invece dalla corte di Pechino, che appellandosi al principio della non ingerenza sembra apparentemente disinteressata alle turbolenze del suo vicino.

Le autonomie etniche che per anni hanno reso difficile l’unità nazionale, si sono costituite in forze armate autonome, pronte ad azioni di guerriglia sparse in tutto il paese. Abituate da decenni a dure lotte contro i militari della Birmania, dai quali hanno subito ogni sorta di vessazioni e soprusi nel corso della passata dittatura, le comunità etniche sono pronte a scendere in campo accanto alle forze democratiche. Queste si stanno radunando, sotto la supervisione del CRPH, nello sforzo comune di costruzione di un vero e proprio esercito federale composto da volontari. Un gioco pericoloso quello del governo in esilio. La costruzione di un esercito nazionale sicuramente rafforzerà il processo di unificazione identitaria del paese, di cui il Myanmar ha bisogno. Tuttavia, il riconoscimento ufficiale concesso alle forze armate etniche potrebbe sostenere rivendicazioni di autonomia e distacco da parte delle stesse, causando in seguito una rottura contraria agli interessi della Lega Nazionale. Il rischio c’è, ma sembra che i leader democratici, messi alle strette, siano pronti a scommettere sulla prima eventualità. Sarà forse il conflitto contro il comune nemico a risolvere il delicato equilibrio sociale della nazione? Dove la politica ha fallito, forse, la guerra potrebbe aver successo.

 

Daniele De Camillis

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