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lunedì, Ottobre 25, 2021

Il racconto di Domenico Quirico

Corrispondente di lungo corso da Parigi, inviato in molti teatri di guerra, rapito in Libia nel 2011 e in Siria quest’anno

“Noi occidentali soffriamo di una certa supponenza nel ritenerci ancora un punto di riferimento per gli altri”

Corrispondente di lungo corso da Parigi. Inviato in molti teatri di guerra, come il Congo, il Perù, l’Angola, l’Iraq, la Bosnia, la Liberia. Si è occupato approfonditamente degli eventi facenti parte della cosiddetta “Primavera araba”, su cui ha scritto un libro (“Primavera araba. Le rivoluzioni dall’altra parte del mare”, Bollati Boringhieri, 2011). Vittima di due rapimenti, nel 2011 in Libia insieme ai colleghi Elisabetta Rosaspina, Giuseppe Sarcina e Claudio Monici, durato due giorni e nel 2013 in Siria, 152 giorni di prigionia insieme al belga Pierre Piccinin, interrotta l’8 settembre. In esclusiva per Zapping News, Domenico Quirico ci aiuta a comprendere i profondi stravolgimenti in atto nella vasta area compresa tra l’Africa del Nord e sub sahariana e il Medio Oriente.

Che cosa sta succedendo in Siria e in Libia?
Si tratta di due guerre civili. Quella libica apparentemente si è conclusa con la morte di Gheddafi, ma ciò in realtà non è avvenuto a causa della natura caotica del paese, occupato da numerose tribù in lotta tra loro e senza una vera e propria autorità centrale unificatrice, fatta eccezione, appunto, per quella personificata all’epoca dal defunto Rais.
In Siria, oltre alle fazioni locali, sono intervenuti agenti esterni come Hezbollah, Iran, Arabia Saudita, Russia, oltre ai movimenti legati al fondamentalismo islamico, che perseguono il fine di istituire regimi islamici duri e puri. Si combattono molte guerre in quel territorio, a fianco dello scontro tra il regime e i rivoluzionari, alcune delle quali condotte per procura di altri paesi.

Qual è il ruolo delle cellule di al-Qaida e delle varie sigle legate al jihaidismo come Boko Haram e al-Shabaab in questo scenario e a cosa puntano?
Non parlerei di “cellule”, intese come organizzazioni operanti nell’ombra e legate tra di loro da una guida, come poteva accadere con al-Qaida ai tempi di Bin Laden. Ora non è più così: ci troviamo di fronte a una serie di tasselli di un quadro unitario, tenuto insieme dal progetto politico-militare, in atto da molto, di stabilire un “califfato islamico”, simile a quello conosciuto nel VI secolo d.C. Tale piano si estende a un’area piuttosto ampia, comprendente il Mali, la Siria, il Corno d’Africa, la Somalia, la Libia, e, credo, con alcuni addentellati in Occidente. Esso spesso non comprende la tattica perseguita da questi movimenti, illudendosi di aver risolto i problemi con alcune vittorie locali, vedi l’intervento francese in Mali, e non osservando che la direzione finale del progetto rimane saldamente in mano agli islamici.

A proposito di Occidente, come appare agli occhi degli abitanti di questa zona del mondo? Come dovrebbero comportarsi gli occidentali nell’approcciarvisi?
L’Occidente è sparito dalla sfera di interesse di questo mondo, salvo ricomparire come il grande avversario da sconfiggere. I tempi, durati almeno fino agli anni ’60-’70, in cui questa zona del pianeta ha rappresentato il teatro d’azione della politica internazionale sono finiti.
Per quanto riguarda il comportamento che dovremmo tenere, si tratta di una questione complessa. Noi occidentali soffriamo di una certa supponenza nel ritenerci ancora un punto di riferimento per gli altri, abbiamo un generale difetto di informazione su questa parte della Terra, che ci porta a immaginare circostanze che non esistono, e, inoltre, anche una forte componente di vigliaccheria, che accomuna i regimi totalitari degli anni ’30 alle moderne democrazie dei nostri giorni.

Player internazionali come la Russia e la Cina hanno preso il posto occupato dai paesi occidentali?
La Russia ha abbandonato il continente africano dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica ed è presente nel conflitto siriano in quanto alleata del regime e venditrice di armi alla dinastia degli Assad. La Cina era presente già da un po’ in Africa e si è sempre contraddistinta per un dinamismo dettato, più che da questioni politiche, da ragioni economiche.

Quanto influisce in questo scenario il mercato delle armi? Quanto la globalizzazione ha acuito questo fenomeno?
Le armi sono sempre state oggetto di compravendite a livello globale, sin dai tempi di Senofonte. Il problema è la modernità degli armamenti in circolazione, come la diffusione dei fucili Kalashnikov, anche se per la vendita di alcuni ordigni è prevista ancora l’autorizzazione di un’autorità politica, basti pensare ai missili messi a disposizione dalla Russia al regime siriano o alle armi mandate ai ribelli siriani dall’Arabia Saudita.

Stefano Summa

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