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lunedì, Giugno 21, 2021

Al cinema, Macbeth (id., Justin Kurzel, GB, 2015)

Fair is foul, and foul is fair”. “Il bello è brutto, il brutto è bello”.

(Macbeth, atto primo, scena prima)

So foul and fair a day I have not seen”. “Non avevo mai visto un giorno cosi’ bello e brutto allo stesso tempo”.

(Macbeth, atto primo scena terza)

Un bambino che si perde nello sterminato oceano del Tempo; un bambino che del Tempo si nutrirà, per divenire Re.

In mezzo a questi due piccoli fiori di candore, di tristezza e speranza, si snoda la tragedia del Bardo, riproposta con estetica moderna e classico rigore filologico dall’australiano Kurzel, in concorso a Cannes 2015.

Quello della traduzione intersemiotica (dalla letteratura teatrale, in questo caso, al cinema) è spesso un falso problema; i codici comunicativi sono differenti, e a nulla porterebbe l’accanimento comparatorio, se non a un vuoto esercizio di stile.

Il cinema, per l’intento espressivo che ne sta alla base, è altro, sia rispetto alla letteratura che al teatro.

Nondimeno, l’adattamento di Kurzel è uno tra i più fedeli, completamente immerso nella poesia torbida e oscura del testo shakespeariano.

I tre altissimi precedenti quest’ultimo adattamento – le pellicole di Welles, Kurosawa e Polanski – non scalfiscono minimamente con il peso della loro eredità il talento visionario e l’afflato narrativo del regista, deciso a restituire con puntigliosa passione tutto l’empito dei versi shakespeariani, tramite espedienti – soprattutto visivi – che rendano questa versione, a sua volta, unica.

Per questo Kurzel imbastisce un film corpulento – che a tratti appare più denso del testo da cui è tratto – espressionista, ridondante, inzuppato nel rosso del fuoco e del sangue, raggelato nel biancore di una nebbia traditrice e funesta, dove lo slow motion, il montaggio alternato e la sottolineatura musicale incessante fungono da rinforzo – se mai ce ne fosse bisogno – al dispiegarsi della tragica follia di Macbeth.

Cercando un trait d’union con la storia dei nostri giorni, Kurzel definisce il suo re sanguinario come «un guerriero che ha perso un figlio. In guerra ha visto cose terribili ed è tormentato. Abbiamo parlato con diversi soldati tornati dal fronte: i loro demoni vengono a galla come le streghe di Macbeth. Gli eventi del passato, gli orrori di cui sono stati testimoni, ritornano in qualsiasi altro momento della vita».

Il valore universale dell’assunto passa attraverso i volti e i corpi di due rappresentanti dell’olimpo divistico contemporaneo, Michael Fassbender e Marion Cotillard, che per l’occasione si trasformano in maschere demoniache e funeree insieme, classicamente perfette: il primo perduto nell’ombrosità come nell’assenza dello sguardo e del gesto, la seconda ieratica e smarrita nella glacialità inconsueta di una Lady Macbeth atipica ma intensa.

Una pellicola all’insegna della perfezione e della correttezza traspositiva, dunque, a parziale detrimento dell’emozione.

La tragedia per eccellenza, magnificamente filmata, di due cuori pieni di fumo e caligine, per cui “la vita e’ solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico, dopodiché non si sente più nulla. Una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furia, che non significa nulla”.

Barbara Rossi

Fausta Dal Monte
Giornalista professionista dal 1994, amante dei viaggi. "La mia casa è il mondo"
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