Nel tardo pomeriggio di ieri un detenuto ristretto presso la Casa Circondariale di Torino, all’interno del Padiglione E, si è tolto la vita impiccandosi. Al momento non sono ancora noti i motivi che lo hanno indotto a compiere questo gesto estremo. Si tratta di Bernardo Pace, 62 anni, condannato a 14 anni e 4 mesi a Milano per il processo ‘Hydra’ sull’alleanza tra mafia, camorra e ‘ndrangheta.

Spiega Vicente Santilli, segretario nazionale per il Piemonte del SAPPE: «Ancora una volta il carcere registra una morte che pesa come un macigno sull’intero sistema penitenziario. La perdita di una vita all’interno di un istituto di pena rappresenta sempre una sconfitta per lo Stato e impone una riflessione seria e profonda sulle condizioni di vita negli istituti, sul fenomeno del sovraffollamento e sulla necessità di rafforzare concretamente gli strumenti di prevenzione e di tutela della dignità e della vita dei detenuti».
Poi Santilli ha aggiunto: «È necessario intervenire con urgenza attraverso misure concrete che consentano di rafforzare gli organici, migliorare le condizioni di lavoro del personale e potenziare gli strumenti di prevenzione del disagio detentivo. Non è più accettabile restare indifferenti di fronte a simili tragedie».
Sul tema è intervenuto anche Donato Capece, Segretario Generale del SAPPE: «I suicidi in carcere sono inaccettabili, così come sono inaccettabili le condizioni di lavoro del personale di Polizia penitenziaria, impegnato H24 nelle sezioni detentive e sempre più spesso vittima di aggressioni e atti violenti da parte dei detenuti più problematici. Nei nostri istituti si deve poter respirare un’aria diversa da quella che ha condotto all’illegalità e al crimine: noi siamo pronti a dare il nostro contributo».
Il SAPPE ribadisce quindi la propria proposta di riforma del sistema penitenziario, articolata su 3 livelli: «Un 1° gradino per i reati meno gravi, con pene non superiori ai 3 anni, da scontare attraverso misure alternative come la messa alla prova; un 2° livello per pene superiori, da espiare in istituti meno affollati anche grazie alla riduzione della custodia cautelare; un 3° livello destinato alla massima sicurezza, dove il contenimento in carcere resta prioritario. Il sovraffollamento è un problema storico e diffuso anche in altri Paesi europei, ma affrontabile con modelli diversi. È necessario ripensare l’esecuzione penale: da un lato riservando il carcere ai fatti di maggiore gravità sociale, dall’altro individuando condotte per le quali, pur restando rilevanti penalmente, non sia necessario il ricorso alla detenzione».
