Il premio Acqui Storia povero ma autorevole

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L’Acqui Storia è un Premio povero, ma autorevole. Autorevole perché libero, indipendente da lobby culturali, editoriali, ideologiche, politiche, universitarie, giornalistiche, libero ed indipendente anche dalla camicia di Nesso del politicamente corretto. Ogni anno, qualche settimana prima dei vari Premi Strega, Campiello, Viareggio, anticipazioni giornalistiche rivelano i nomi dei vincitori ed i pronostici anche per la spartizione fra le case editrici sono quasi sempre esatti. All’Acqui Storia non succede mai. Ecco perché è un Premio ambito da scrittori, storici, case editrici.

A riprova di giurie di alto profilo e poco ricettive a sollecitazioni esterne, in un’edizione importante e solenne come quella del 50° anniversario, in occasione della quale il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha decretato una speciale targa commemorativa, hanno prevalso anche libri di case editrici piccole, come la veneta Itinera per L’Ardito di Roberto Roseano o medie, pur se espressione di una Università prestigiosa, come la Luiss University Press per il volume di Andrea Wulf  L’invenzione della natura. Le avventure di Alexander Von Humboldt, accanto a Il Mulino che può essere definita una colonna portante dell’editoria, per quanto riguarda la sua produzione in campo storico, che aveva tre volumi in finale e ha vinto con il francese Hubert Heyriès.

E’ noto come il Premio Acqui Storia in quest’ultimo decennio abbia avuto una visibilità importante su televisioni e giornali internazionali, dal Giappone agli Stati Uniti, dalla Russia alla Cina, dalla Germania alla Francia, dalla Spagna alla Grecia. Nell’ottobre del 2016 Yves De Gaulle scelse la platea dell’Acqui Storia per presentare in anteprima la sua biografia del Generale De Gaulle. Anche quest’anno due delle sezioni più significative di questo Premio sono state vinte da autori stranieri. Nella sezione storico divulgativa ha prevalso una scrittrice anglo-indiana Andrea Wulf e nella sezione scientifica uno storico francese, Hubert Heyriès Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta, sulla Terza Guerra d’Indipendenza, che a fronte delle cocenti ed impreviste disfatte di Custoza e Lissa, propiziò il ritorno del Veneto all’Italia, perché gli Alleati prussiani sbaragliarono gli Austriaci a Sadowa.

Il Premio Acqui Storia ha avuto spesso un occhio di riguardo ed una particolare attenzione per l’altra metà del cielo (che è anche la più affascinante). Nel 2015 si impose il romanzo di Licia Giaquinto La Briganta e lo sparviero edito da Marsilio e nel 2017 ha trionfato nella sezione storico divulgativa, la più partecipata con quasi 100 volumi in concorso, una storico anglo-indiana Andrea Wulf con un bel volume su Alexander Von Humboldt, l’inventore del concetto di natura moderna, tradotto già in 24 lingue (l’edizione statunitense ha venduto 180.000 copie, poco di più di quella tedesca).

Analogamente la più votata dalla speciale Giuria Popolare dei 60 lettori dell’Acqui Storia è stata Elena Aga Rossi, con il suo volume su Cefalonia edito dal Mulino. Quest’opera è stata quella che ha riscosso il più ampio numero di recensioni positive sui principali quotidiani italiani, dal Corriere della Sera (con due pagine di Paolo Mieli ed una di Carioti), all’Avvenire, al Giornale, al Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Quotidiano Nazionale, Il Giornale d’Italia, Il Tempo, La Stampa, Libero e molti altri, con un’altissima visibilità del Premio Acqui Storia.

Bene ha fatto la nuova Amministrazione Comunale acquese, insediatasi da quattro mesi, a programmare nella città termale un convegno scientifico con i più importanti storici ed accademici sulla controversa storiografia della Divisione Acqui, da tenersi nei prossimi mesi.

Anche per fare chiarezza su situazioni e narrazioni paradossali, come la targa sul monumento sacrario della Divisione Acqui nell’isola greca di Cefalonia, realizzata dagli Italiani, in cui si parla di 300 ufficiali e 5.000 soldati fucilati: un falso colossale ottenuto moltiplicando per quindici l’effettivo già alto e dolorosissimo numero di più di 300 uomini fucilati come franchi tiratori dopo la resa, avendo Vittorio Emanuele III e Badoglio dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943, circa un mese dopo l’inizio degli scontri con i Tedeschi.

In tutta la nostra penisola sono innumerevoli i monumenti, fra cui quello della città sede del prestigioso Premio storico, dedicati ai 9.000 caduti del settembre 1943, quasi 5 volte quelli realmente periti fra morti in battaglia, deceduti nei bombardamenti aerei e fucilati, come puntigliosamente ricostruito e documentato dall’Avvocato ed ex Ufficiale Massimo Filippini, figlio del Maggiore Federico Filippini, Comandante del Genio della Divisione, fucilato dai Tedeschi il 25 settembre 1943 nel libro “I caduti di Cefalonia: fine di un mito” IBN Editore, Roma 2006, da Giafranco Ianni in “Rapporto Cefalonia”, Solfanelli Editore 2011 e dalla stessa Elena Aga Rossi per Il Mulino.

Il Generale Antonio Gandin, Comandante della Divisione Acqui, Medaglia d’Oro alla memoria, i suoi ufficiali ed i morti di Cefalonia meritano non retorica vuota ma il rispetto della verità.

Carlo Sburlati

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