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mercoledì, Luglio 28, 2021

Il dramma degli Uiguri

Il ritiro delle forze Nato dall’Afghanistan cambia gli equilibri geopolitici dell’Asia centrale. Kabul, da sola, arranca nella ripresa degli scontri con il gruppo dei talebani. La riconquista del paese da parte degli “studenti di Dio” (da taleb ossia studenti) preoccupa i paesi limitrofi che si preparano a rafforzare e a difendere i propri confini.  Secondo l’autorevole giornale russo Nezavisimaja Gazeta sono gli uiguri la principale forza mercenaria impiegata dagli stati limitrofi per difendere i confini con un Afghanistan che minaccia di essere sempre più talebano. I paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI), nata dopo il crollo dell’Urss e raggruppante gli ex stati sovietici asiatici, hanno scelto di assoldare i gruppi armati di etnia uigura in fuga dalla Cina, facendoli diventare il contraltare bellico e politico dell’avanzata talebana nell’Asia centrale.

Uiguri, la storia e la persecuzione / Uiguri, chi sono?

La popolazione uigura è un gruppo etnico turcofono presente in varie comunità dell’Asia centrale.  La più importante e numerosa, circa undici milioni di persone, si trova nella Cina del nord ovest, nella regione dello Xinjiang. Storicamente il gruppo etnico, di tradizione mussulmana, imparentato con le etnie turco-mongole del nord, ha per lungo tempo gravitato intorno all’orbita del Celeste Impero, godendo nel corso dei secoli di una maggiore o minore autonomia, animando la pluralità culturale della galassia multietnica dell’Impero cinese. La caduta dell’Impero dei Qing e il fallimento uiguro di uno stato indipendente, unito allo sforzo dei nazionalisti, prima, e dei comunisti, poi, per la costruzione di una nazione cinese moderna, ha posto la regione dello Xinjiang sotto un processo omologante e nazionalizzante mirato ad appiattire la vivacità culturale della regione. Gli uiguri, parimenti agli assai più noti tibetani, continuano a patire quel livellamento identitario che tutti i processi di costruzione nazionale, soprattutto se applicati ad un territorio multietnico come quello di un ex-impero, richiedono. La popolazione uigura subisce quindi pesanti discriminazioni a vantaggio della popolazione di etnia. Han, quella cinese dominante. Varie inchieste giornalistiche e rapporti dell’Onu hanno denunciato addirittura l’esistenza di campi di detenzione e rieducazione per gli uiguri. Le donne uigure vengono rese sterili, temporaneamente, tramite l’uso forzato di contraccettivi, o, permanentemente, tramite operazione chirurgica, nel tentativo di privare la popolazione uigura della sua capacità riproduttiva.  Un genocidio demografico e culturale è stato definito quello ai danni della cultura e del popolo uiguri. Pechino ha sempre negato l’uso sistematico di mezzi coercitivi ai danni della popolazione uigura, giustificando la persecuzione come risposta preventiva alle minacce del terrorismo islamico.

Lo scacchiere dell’Asia centrale.

Mentre l’Uzbekistan acquista un atteggiamento più aperto e conciliante verso i talebani, varando anche leggi sulla libertà religiosa che permettono ai musulmani uzbeki di avvicinarsi apertamente a forme di radicalismo islamico, il Turkmenistan assolda numerose milizie uigure per difendere il proprio confine con l’Afghanistan, presieduto per i due terzi dai talebani. La Russia, nel frattempo, dopo il crollo dell’Urss, cerca di mantenere il suo ruolo di guida politica per i paesi della regione.  Il Cremlino, da un lato, mobilità le sue forze speciali, gli spetsnaz, nelle regioni montane del Tagikistan per aiutare i militari locali con le dovute operazioni preventive, mentre dall’altro, si dichiara pronto a intavolare un dialogo con gli stessi fondamentalisti islamici afghani, invitando anche una loro delegazione a Mosca. «Abbiamo ricevuto assicurazioni dai talebani che non violeranno i confini degli Stati dell’Asia centrale e anche le loro garanzie per le missioni diplomatiche e consolari straniere in Afghanistan» fa sapere un comunicato del ministero degli esteri russo.

Intanto anche la Cina, responsabile della fuga degli uiguri che rimpolpano le milizie private anti-talebane, guarda con cupidigia il ricco suolo dell’Afghanistan. La ritirata delle forze Nato apre nuove e interessanti possibilità per il ruolo della Cina nell’Asia centrale. Una potenziale «collaborazione fra Pechino e i Talebani è possibile– secondo gli esperti sinologi, come Francesco Sisci, professore di geopolitica alla Luiss – proprio perché c’è la questione del Pakistan». Cina e Pakistan sono difatti buoni amici, accumunati da un comune avversario: l’India, mentre il Pakistan è da sempre base naturale per i sodalizi dei gruppi estremisti talebani. L’asse diplomatico fra Pechino, Islamabad e Kabul potrebbe essere la chiave per l’estensione di un corridoio economico, già presente fra Pakistan e Cina con il nome di China-Pakistan Economic Corridor, Cpec, che, a partire dalla Cina stessa, possa abbracciare ampie porzioni dell’Asia centrale. In questo modo Pechino guadagnerebbe un supporto aggiuntivo per il sostegno dell’immenso progetto della Belt and Road Initiative, la nuova via della seta cinese, garantendo la costruzione di un impero economico-politico sino-centrico incontrastabile nell’Asia centrale. Rimane tuttavia il problema degli uiguri. I talebani sono stati i responsabili dell’indottrinamento e della radicalizzazione degli stessi uiguri, per questo il ministro Esteri cinese, Wang Yi, ha chiesto ai talebani di «rompere con tutte le forze terroristiche», prima di poter procedere all’apertura di nuovi dialoghi.

Infine, anche la Turchia di Erdogan sembra interessarsi alle vicende afghane. Secondo i curdi, Ankara si sta preparando a reclutare le ex milizie mercenarie della Armata nazionale siriana, fra cui anche ex membri dell’Isis, per travalicare i confini dell’Afghanistan e far sentire anche lì la propria voce, cercando, possibilmente, di agguantare una fetta della torta.

La regione, insomma, si prepara ad essere il teatro di una nuova importante partita, e i giocatori, dalla Russia alla Cina, passando anche per l’intervento turco, dopo il ritiro della Nato, si preparano ad affrontare il nuovo scacchiere geopolitico dell’Asia centrale. Una partita globale nella quale gli Usa, per la prima volta da secoli, hanno deciso di dare forfait.

Daniele De Camillis

Fausta Dal Monte
Giornalista professionista dal 1994, amante dei viaggi. "La mia casa è il mondo"
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