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mercoledì, Ottobre 27, 2021

La nostra anteprima: The Hateful Eight (id., Quentin Tarantino, Usa, 2015)

Il piano ravvicinato di un’effigie di Cristo ricoperta di neve, e – sull’ouverture originale di Ennio Morricone – il lento movimento arretrante della macchina da presa, a smarrire lo sguardo dello spettatore nell’algida vastità di un paesaggio invernale.

Il vuoto del bianco e poi, a lato dello schermo e da lontano, un minuscolo punto nero in movimento: è la diligenza su cui viaggiano John Ruth-Kurt Russell, rozzo ma a suo modo idealista cacciatore di taglie, e Daisy Domergue-Jennifer Jason Leigh, delinquente in gonnella destinata alla forca.

E’ qui, mentre scorrono titoli di testa in puro stile anni Settanta (non a caso il regista sceglie, per questo suo ottavo film e secondo western dopo Django Unchained, un formato cinematografico, l’Ultra Panavision 70, non più in uso dal 1966, per esaltare la spazialità degli interni entro i quali si snoda la storia), che ha inizio una lunghissima messinscena teatrale di cinque atti e un prologo, in quasi totale unità di tempo e luogo, tra la locanda di Minnie, travolta da una bufera, e il nulla.

E’ qui che entra in campo, a sorpresa, il Maggiore Marquis Warren-Samuel L. Jackson, bounty hunter nero con in tasca una lettera del presidente Lincoln, vero e proprio teaser del film, e gli altri “hateful eight” (gli attori Tim Roth, James Parks, Channing Tatum, Walton Goggins e Bruce Dern).

Tutti diretti a Little Rock, per ragioni più o meno manifeste: ma quanti fra loro vi arriveranno?

Tarantino – sempre più vicino a Corbucci e Leone ma anche sempre più identico a se stesso – orchestra una pochade politicamente scorretta, violenta, coatta e grandguignolesca, imbevuta di conflitti razziali, scontri fisici e verbali, dialoghi incessanti, spiegazioni a posteriori, colpi di scena, perfida e corrosiva ironia.

Su tutto e su tutti predomina l’interrogazione tarantiniana sull’identità, sull’autentico, l’artefatto e l’impossibilità di approdo a una verità (e giustizia) di fondo.

«Nell’Ottocento, quando qualcuno ti diceva chi era, non avevi modo di verificarlo. Mi piaceva l’idea di una storia in cui tanta gente è intrappolata in una situazione e nessuno può fidarsi degli altri, e anche il pubblico non ha idea di chi abbia davanti», sottolinea Tarantino. «Un mio amico ha visto il film e mi ha detto: “Puoi chiamarlo horror, mistery, western, ma per me è il tuo primo film post-apocalittico. Potrebbe essere ambientato in un mondo post-apocalittico dove hai un inverno ghiacciato in un territorio desolato, e i pochi sopravvissuti si azzuffano sulle origini dell’apocalisse invece della guerra civile”».1

Il cinema contemporaneo – come evidenziato da parte della critica – superate anche le sperimentazioni del post-moderno, ci racconta per traslato (vedi The Revenant di Iñárritu) le asperità e ferocie di un mondo freddo, enigmatico, silenzioso, temibile.

Il nostro?

Barbara Rossi

1 Silvia Bizio, “The Hateful Eight”, Tarantino: “I miei western saranno il testamento di un’epoca”, “La Repubblica Spettacoli”, 13/11/2015

Fausta Dal Monte
Giornalista professionista dal 1994, amante dei viaggi. "La mia casa è il mondo"
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