Ritratto di diva: Audrey Hepburn

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Audrey Kathleen Ruston, in arte Audrey Hepburn, nasce nel a Bruxelles nel 1929, figlia di una baronessa olandese e di un inglese impiegato presso una compagnia assicuratrice. Il cognome Hepburn è quello della nonna materna.
Da bambina, a causa del lavoro del padre, ha modo di viaggiare per l’Europa, ma dopo il divorzio dei genitori va a vivere con la madre e i due fratellastri in Olanda, mentre la seconda guerra mondiale inizia a lasciare sul suo viso e sul corpo quei segni inequivocabili – dovuti alla fame e alle privazioni – che anni dopo contribuiranno a definire la sua immagine divistica.

Nel 1948 Audrey si trasferisce a Londra, dove prosegue gli studi di danza, tentando nello stesso tempo la carriera di attrice.
Inizia, come spesso accade agli attori esordienti, con qualche particina a teatro e alcuni piccoli ruoli cinematografici, ma la vera grande occasione arriva quando la famosa scrittrice francese Colette la sceglie per interpretare la parte della protagonista nella trasposizione a Broadway del suo romanzo “Gigi”.

La straordinaria avventura hollywoodiana inizia per Audrey con il provino per il film “Vacanze romane”, del regista William Wyler, che insieme a Gregory Peck, l’interprete principale, si rende subito conto di avere incontrato un’attrice di grande talento. Audrey diventa, così, la principessa Anna e vince subito un Oscar, nel 1954, come miglior attrice protagonista.
Il critico A. H. Weiler, sul “New York Times” dell’agosto 1953, compone un ritratto illuminante delle caratteristiche che renderanno unica la figura della Hepburn nel panorama divistico internazionale: «Sebbene non sia nuova al lavoro cinematografico, Audrey Hepburn, l’attrice britannica che è stata la protagonista per la prima volta come la Principessa Anna, è una sottile, elfica, malinconica bellezza, al tempo stesso regale e infantile nel suo profondo apprezzare i semplici piaceri e l’amore. Benché sorrida coraggiosamente alla fine della storia, rimane una figura solitaria e penosa che deve affrontare un futuro soffocante».

La bellezza eterea ed aggraziata, l’apparente fragilità, il candore, sotto la cui superficie si celano determinazione, intelligenza e una certa dose di malizia: la Hepburn ha incarnato questo modello femminile in una moltitudine di ruoli, dalla “Sabrina” del film di Billy Wilder, che le ha procurato una nuova candidatura all’Oscar, a “Cenerentola a Parigi”, da “Sciarada”, sua terza nomination all’ambita statuetta, a “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”.
La diva, diventata nel corso degli anni Cinquanta icona di stile ed eleganza, inizia sin dai primi film a recitare con gli attori più in vista dell’olimpo divistico hollywoodiano: Humphrey Bogart, William Holden, Cary Grant, Gary Cooper, Fred Astaire: tutti sedotti dalla particolare aura di seduzione che emana da lei.
Le interpretazioni più famose della Hepburn restano quelle di Holly Golightly in “Colazione da Tiffany”, la pellicola di Blake Edwards tratta nel 1961 dal romanzo di Truman Capote, e di Eliza Doolittle nel musical “My Fair lady”, di George Cukor, 1964.

Con il trascorrere del tempo le sue apparizioni cinematografiche si diluiscono: Audrey preferisce dedicarsi alla famiglia, ai due figli, agli animali (tra gli altri, aveva adottato un cerbiatto, che viveva in casa con lei) alle cause umanitarie: alla fine degli anni Ottanta diventa ambasciatrice UNICEF e viaggia instancabilmente per il mondo per portare aiuto e conforto ai poveri e agli emarginati.
Il mito di Audrey Hepburn non si conclude con la sua morte, avvenuta in Svizzera nel 1993: sopravvivono la magia e il fascino di un’artista che ha fatto della spontaneità il suo abito più seducente: «La semplicità e la verità sono le sole cose che contano veramente. Vengono da dentro. Non si può fingere”.

Barbara Rossi

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