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domenica, Gennaio 23, 2022

Il 2021 oltre la Pandemia. Il dolore di un’umanità sofferente

Non di solo covid soffre l’Uomo. La fine del 2021 vede il mondo, ancora in guerra contro la pandemia da covid-19, in sofferenza, vessato dal dolore di numerosi conflitti e ingiustizie. È abbastanza naturale che il primato nel sistema comunicativo, in questi ultimi due anni, sia stato assunto dall’evento della Pandemia, la quale molto spesso è stata protagonista dello spazio informativo in Tv quanto nei social. Tuttavia, sarebbe un errore, veicolato da un certo tipo di retorica comunicativa, ritenere i drammi del mondo consumati nella pur non semplice lotta al virus. Alla fine dell’anno, dunque, in vena di bilanci, rivolgendo lo sguardo ai 12 mesi passati, quello che vedremmo è un quadro tutt’altro che roseo.

Nessuna giustizia senza vita

55 paesi in tutto il mondo ancora mantengono e usano la pena di morte, mentre 108 sono quelli abolizionisti, ai quali si va ad aggiungere 28 Paesi che hanno abolito de facto la pena di morte e 8 che lo sono per i crimini ordinari. Questi i dati che emergono dopo il Webinar promosso dalla comunità d Sant’Egidio, “No Justice Without Life – Per un mondo senza pena di morte”, in occasione dell’evento annuale della “Cities for Life, Città per la Vita” avvenuto il 30 novembre. «Oggi nel braccio della morte ci sono 32994 detenuti – fa sapere Mario Marazziti coordinatore della campagna internazionale e co-fondatore della Coalizione mondiale contro la pena di morte – e con più di 5mila di loro è stata avviata una corrispondenza epistolare grazie al progetto di Sant’Egidio che ci auguriamo possa crescere sempre di più, visto che è un metodo per umanizzare la vita di queste persone».

Guerre, conflitti e violenze, un 2021 bagnato dal sangue.

Un fiume di sangue ha percorso tutto  il 2021, a dirlo gli ultimi dati del ACLED, Armed Conflict Location & Event Data Project,  che rivelano un numero di oltre 100.000 conflitti combattuti su tutto il pianeta dal 30 luglio 2020 al 30 luglio 2021. Guerre civili, come in Myanmar e in Sudan, scontri etnici, come in Nigeria e nel Tigrai, conflitti politico-religiosi come in Afghanistan e nello Xinjiang hanno fatto aumentare il numero delle vittime per conflitti armati del37% in più rispetto a quelle dell’anno scorso. Secondo i dati del rapporto di Save The Children: “Stop alla guerra contro i bambini: Una crisi di reclutamento”, più di oltre 200 milioni di minori vivono nelle zone di guerra più letali del pianeta. Un aumento di circa il 20% rispetto al 2020, il più alto da almeno un decennio. A salire anche il numero dei minori che rischiano di essere costretti all’arruolamento in gruppi armati e in forze governative: oltre 330 milioni, il triplo rispetto agli anni 90, e il più alto quindi dagli ultimi 30 anni. «È semplicemente orribile che, all’ombra del covid-19 e dell’appello delle Nazioni Unite per un cessate il fuoco globale, più bambini che mai siano nel mirino delle zone di guerra più letali del mondo – commenta Inger Ashing, Ceo di Save the Children International, concludendo-  Nemmeno una pandemia globale è stata sufficiente a fermare le guerre e le atrocità più brutali».

Il cambiamento climatico e i disastri ambientali, il peso di pochi portato da molti.

La situazione è aggravata anche dalle attuali condizioni ambientali causate dal cambiamento climatico. A parlare di questa situazione Simone Garrone, direttore generale dell’associazione “Azione contro La Fame”, ha presentato durante la Cop26, il documento “Mai più La Fame”. Nella relazione si evince che ben 27 paesi, dei 35 a maggior rischio di cambiamento climatico imminente, soffrono di «insicurezza alimentare estrema».  Una situazione drammatica. La somma delle emissioni di gas serra dei 27 paesi sopra citati è al di sotto del 5% della somma delle emissioni dei paesi del G7. Il “Sud del mondo” soffre per la conseguenza delle azioni dei paesi più ricchi. L’opulenza delle grandi potenze mondiali, per lo più occidentali, è pagata a caro prezzo da coloro che, come in Madagascar o in Bangladesh, vedono le proprie terre inaridirsi, i propri raccolti diminuire e la propria popolazione, prevalentemente agricola, soffrire la fame e la disoccupazione, spesso costretta all’emigrazione, condotta in modo tutt’altro che sicuro. «Non possiamo voltarci dall’altra parte: un mondo che consente che vi siano bambini che muoiono perché non hanno acqua, cibo o cure mediche è un mondo ingiusto e di fronte a tutto questo dobbiamo agire, altrimenti saremo tutti responsabili-  ha dichiarato Daniela Fatarella, direttrice Generale di Save The Children Italia- Ad ogni bambina e ad ogni bambino deve essere garantito il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo e ognuno di loro merita di ricevere un’educazione e di sentirsi protetto. Ognuno di quei bambini è figlio dell’intera umanità».

Un mondo ancora in catena.

Un’umanità sofferente quindi quella alle soglie del 2022, alle prese con problemi che il sedicente mondo moderno pensa di essersi lasciato alle spalle. La schiavitù, considerata fenomeno di un passato barbaro e incivile, è ancora invece una triste realtà in molti paesi del mondo. Secondo i dati dell’dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) dell’Onu e dalla Walk free foundation. oltre 40,3 milioni di persone sono state catturate e vendute come schiave. Questa l’attuale entità della tratta, più del triplo della portata della famosa rotta transatlantica che dall’Africa in America, riforniva di schiavi le piantagioni americane tra il XV e il XIX secolo. Con 14 milioni di schiavi è l’India ad aggiudicarsi il triste primato per il numero di uomini ridotti in schiavitù residenti nel proprio paese. A seguire la Cina, il Pakistan, con oltre dieci milioni di bambini schiavi, l’Uzbekistan e la Russia.

Un egoismo cieco e violento ancora domina su tutta la Terra. Avrà una fine per l’uomo questo suo lungo percorso di dolore e sofferenza?  Una domanda retorica alla quale ovviamente non c’è risposta, se non nella cinica descrizione di un comportamento umano che non ha ancora imparato a prendersi cura di suo fratello. Imparerà un giorno? La risposta ai posteri, o per meglio dire, come cantava Dylan, aleggia nel vento.

Daniele De Camillis

Fausta Dal Monte
Giornalista professionista dal 1994, amante dei viaggi. "La mia casa è il mondo"
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