Fratoni ha accompagnato la delegazione anche all’interno dei laboratori di Berkeley, illustrando attività di ricerca che spaziano dalla progettazione dei reattori nucleari avanzati e degli Small Modular Reactors (SMR) fino alle applicazioni dell’energia nucleare nello spazio. È inoltre Head of Reactor Design di NANO Nuclear Energy.
La sua è anche una storia emblematica dell’eccellenza scientifica italiana negli Stati Uniti. Laureato alla Sapienza, arrivò a Berkeley nel 2003 per svolgere parte della tesi del vecchio ordinamento. Qui ha poi conseguito il PhD e dal 2013 è professore di Ingegneria nucleare, fino a diventare Chair del dipartimento.
Nell’intervista a Italpress, Fratoni ha parlato soprattutto del possibile ritorno dell’Italia all’energia nucleare, tema sul quale ha partecipato direttamente al dibattito italiano e al confronto sulle tecnologie di nuova generazione.
Secondo Fratoni, l’Italia parte tutt’altro che da zero. Il Paese conserva infatti competenze importanti nelle università e nelle piccole imprese specializzate, alle quali si aggiunge un patrimonio di scienziati e tecnici italiani che oggi lavorano nei principali centri internazionali e che potrebbero diventare una risorsa qualora l’Italia decidesse di tornare a costruire reattori e produrre energia nucleare.
“Storicamente l’Italia è sempre stata un Paese che ha prodotto talenti”, ha ricordato Fratoni, sottolineando come molti di essi lavorino oggi all’estero ma possano contribuire sia al dibattito sia a un eventuale nuovo programma nucleare italiano.
Un giudizio positivo anche sulla preparazione dei giovani che arrivano dall’Italia a Berkeley: secondo il professore, gli studenti italiani si distinguono soprattutto per la solida formazione di base in fisica e matematica, oltre che nelle discipline più specificamente nucleari.
Anche per Fratoni, quindi, parlare semplicemente di “fuga dei cervelli” rischia di essere riduttivo. Nella scienza e nella tecnologia, ha spiegato, serve piuttosto un sistema di “osmosi”, fatto di scambio continuo di conoscenze, persone e talenti.
Ed è proprio qui che l’Italia può trasformare una partenza in un vantaggio: avere nei grandi centri scientifici americani ricercatori italiani significa anche disporre di “una porta, un accesso a quello che succede qui negli Stati Uniti”, creando collegamenti con competenze e talenti che un giorno potrebbero contribuire nuovamente alla ricerca e all’industria in Italia.
xo9/sat/gtr
(Video di Stefano Vaccara)