Lo scacchiere della diplomazia vaccinale cinese: stallo o scacco matto?

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Cambia lo scenario geopolitico dei vaccini cinesi arricchendosi di “nuove varianti”. Il vaccino Sinovac, arma fondamentale della diplomazia di Pechino, usata per estendere la propria influenza, rischia di rivelarsi infatti un’arma spuntata.

Il vaccino cinese, una debolezza inaspettata

«Non hanno un tasso di protezione molto alto», ha dichiarato Gao Fu, capo del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie della Cina, durante la conferenza stampa del 10 aprile a Chengdu. «Si sta ora valutando ufficialmente la possibilità di usare diversi vaccini per il processo di immunizzazione» ha commentato Gao, guardando ora con interesse ai vaccini occidentali, diversi da quelli prodotti in Cina. A quanto risulta dagli ultimi studi brasiliani, l’efficacia di Sinovac risulterebbe aggirarsi intorno al 50,4%, mentre i due vaccini prodotti dalla SinoPharm raggiungerebbero una copertura del 79,3% e del 72, 5%. Anche il vaccino del colosso CanSino si attesterebbe intorno ad un 65% circa. Ben poca cosa se rapportato al Pfizer americano, con un tasso di copertura che si aggira tra il 90-97 % circa.

La mutata considerazione sull’efficacia dei sieri cinesi ha implicazioni globali, visto l’uso spregiudicato dei vaccini come arma diplomatica di massa, volta a far ottenere ai paesi di produzione, (Cina in primis, ma anche Russia, India e Usa), aree di influenza strategica in tutto il globo. Basti pensare che il colosso Orientale prima della pandemia era annoverato fra i più piccoli esportatori di vaccini in tutto il mondo, coprendo un misero 1% del mercato mondiale. Ora, invece, il primato cinese nelle esportazioni dei vaccini, attestato intorno agli 80 milioni di dosi, è indiscusso ma rischia di subire un pesante collasso. Per questo motivo Pechino sta pensando a nuove soluzioni, come l’eventualità di una terza dose o la possibilità di un mixaggio di sieri, al fine di non perdere l’influenza geopolitica ed economica ottenuta fino ad oggi. Ecco qui spiegato il repentino cambiamento, fatto a malincuore, nella valutazione dei vaccini a mRna da parte del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie cinese. Il già citato Gao Fu, infatti, lo scorso dicembre, aveva apertamente dimostrato tutti i suoi dubbi verso la nuova tecnologia a mRna utilizzata da Pfizer, insinuando di non poter escludere effetti collaterali negativi per questa nuova tipologia sperimentale. Gao ora invece definisce per la prima volta «vantaggiosi» i sieri occidentali, invitando a considerare i «benefici che i vaccini a mRNA possono portare all’umanità», concludendo: «Non dobbiamo ignorarli solo perché abbiamo già diversi vaccini».

Si apre quindi una nuova possibilità di recupero per gli arrancanti Usa nella corsa diplomatica del vaccino, rimane solo da chiedersi; la Washington di Biden sarà in grado di usare questo vantaggio?

Il Caso Paraguay: il triangolo Asuncion, Taipei, Pechino

 

Lo scacchiere si complica e tra stalli e nuove mosse prosegue sfrenata la corsa alla “diplomazia dei vaccini”. L’America Latina, area chiave per i contatti fra pacifico e atlantico, nonché porta d’ingresso degli Stati Uniti, svolge il suo storico ruolo di interesse geopolitico anche in tale partita. In particolare, il Paraguay si ritrova nel bel mezzo di un tiro alla fune che vede da un lato la Cina, intenzionata a sedurre il governo di Asunción con la promessa degli agognati vaccini, e dall’altro Taiwan e gli Usa, che ricordano allo stato sudamericano la sua storica alleanza con l’isola di Formosa. Il Paraguay, infatti, insieme a pochi altri, riconosce Taiwan come stato indipendente da oltre 63 anni. La storica alleanza fra i due paesi ha origine con lo stesso Chiang Kai-shek, padre della Repubblica Nazionale Cinese (Taipei). La Repubblica Popolare cinese (Pechino), che considera l’isola ribelle come parte integrante del suo territorio, ha tentato di ammaliare il governo paraguayano con la promessa di dosi vaccinali. Da parte sua il governo della presidente Tsai Ing-wen non è in grado di replicare l’offerta, non avendo l’isola un vaccino autoctono, limitandosi a concedere aiuti economici per eventuali importazioni. La portavoce del suo Ministero degli Esteri, Joanne Ou, sottolineando la «solida amicizia» fra i due paesi ha dichiarato: «Il nostro governo continuerà a sostenere lo spirito di cooperazione nei momenti di difficoltà e farà del suo meglio per assistere gli alleati a combattere insieme la pandemia, nell’ambito delle nostre capacità»

Il Paraguay d’altro canto si trova in una situazione difficilissima. Il sistema sanitario è sull’orlo del collasso, con ospedali bloccati, morti da covid in aumento e l’immensa difficoltà di reperire vaccini per la popolazione del paese. Tutto ciò rende la proposta cinese al quanto allettante. Il governo di Mario Abdo Benitez è riuscito ad ottenere fino ad ora solo 163.000 dosi di vaccino cinese, donati per lo più dal Cile e dagli Eau (Emirati arabi uniti), a fronte di una popolazione di 7 milioni di abitanti. Anche COVAX, il programma di aiuti dell’OMS per l’accesso ai vaccini per i paesi in via di sviluppo, non è in grado di rispondere alle esigenze del Paraguay. La disastrosa gestione della pandemia ha generato tensioni di piazza e manifestazioni in tutto il paese. Molte voci si sono alzate gridando all’impeachment del presidente. Malgrado l’offerta di Pechino sia stata rifiutata, si vocifera che nel parlamento paraguayano alcuni personaggi stiano iniziando a dubitare del sostegno a Taipei. Fra questi anche Jazmin Narvaez, leader nella Camera bassa della fazione del Colorado Party, fedele al presidente, sembra considerare favorevolmente l’offerta vaccinale della Cina. Gli Usa, che percepiscono come minaccia un possibile “switch” diplomatico del Paraguay, sostengono l’alleanza con Taiwan. Il Segretario di Stato Antony Blinken in una telefonata con Abdo la scorsa domenica, ha delineato gli sforzi degli Stati Uniti per aiutare ad affrontare la pandemia. In una dichiarazione rilasciata dal Dipartimento di Stato si legge: «Il segretario ha sottolineato l’importanza di continuare a lavorare con i partner regionali e globali democratici, incluso Taiwan, per superare questa pandemia globale, combattere la corruzione e aumentare la trasparenza e la responsabilità». La rimozione della statua di Chiang Kai-shek, dalla capitale paraguayana, sembra quindi una remota possibilità, almeno per ora.

Daniele De Camillis

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