Ritratto di Diva – Ingrid Bergman

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[Cinema…]

«Se ha bisogno di un’attrice svedese, che parla molto bene l’inglese, che non ha dimenticato il tedesco, non riesce a farsi capire molto bene in francese e in italiano sa dire soltanto “ti amo”, sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei».

Queste, entrate prevedibilmente a far parte della leggenda personale dell’attrice, le parole di Ingrid Bergman, contenute in una famosissima e per certi versi misteriosa lettera giunta a Roberto Rossellini – come racconta, forse proditoriamente, lui stesso – l’8 maggio del 1948, giorno del suo quarantaduesimo compleanno.

Ma Ingrid, prima del sodalizio artistico e amoroso con Rossellini, che – oltre a rivoluzionarle la carriera e la vita – la legò a doppio filo proprio con la sua bellicosa “rivale”, Anna Magnani, in quel tiro alla fune cinematografico e personale che venne ribattezzato dalle cronache come “guerra dei vulcani”, è stata moltissimo altro.

Una bambina molto amata dal padre, prima di tutto, il fotografo, pittore e insegnante di musica svedese Justus Samuel Bergman, che la introdusse ai segreti dell’obiettivo, abituandola alle riprese anche come modalità di conservazione dei ricordi, esperienza che Ingrid proseguì anche in età adulta.

Tra la metà degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta, la Bergman – accolta sotto l’ala protettrice del regista Gustav Molander – iniziò la costruzione della sua figura divistica, che portò a piena maturazione negli anni hollywoodiani: espressione di una femminilità di nuovo tipo, seducentemente tesa alla ricerca della perfezione, sia fisica che caratteriale, ma nello stesso tempo fresca, naturale e sbarazzina. Con il remake di Intermezzo di Molander, primo film girato a Hollywood nel 1939 per intercessione del potentissimo produttore David O. Selznick, le si spalancarono le porte della Mecca del cinema: curiosamente, anche Ingrid, come la Magnani, venne equiparata alla mitica Greta Garbo.

Quando approdò a Cinecittà e ai film rosselliniani, negli anni Cinquanta, in una parabola opposta ma speculare rispetto a quella percorsa da Nannarella nel medesimo lasso di tempo, era già una diva internazionale, forte di quattro nomination e di un Oscar vinto, per Angoscia (1944), che aveva lavorato con gli attori e i registi più acclamati: da Gary Cooper a Cary Grant e Humphrey Bogart, da George Cukor ad Alfred Hitchcock.

L’esperienza con Rossellini le lasciò innumerevoli cicatrici: condannata dalla comunità artistica internazionale per la sua scelta sentimentale e lavorativa, abbandonata dal regista – com’era successo prima di lei alla Magnani – in maniera repentina e quasi inavvertita, riuscì a riconquistare stima e fiducia di Hollywood vincendo altri due Oscar, per Anastasia (1956) e Assassinio sull’Orient Express (1975).

Negli ultimi ruoli fra cinema e televisione, il bergmaniano Sinfonia d’autunno e Una donna di nome Golda (per il piccolo schermo aveva interpretato anche l’atto unico di Cocteau Una voce umana, che era stato il cavallo di battaglia della Magnani), Ingrid non si preoccupò di mostrare al suo pubblico i segni incipienti degli anni e della malattia.

Nel recente documentario di Stig Biörkman Io sono Ingrid i quattro figli la ricordano, non senza una punta di amarezza, come una madre e una donna affettuosa e presente, ma anche estremamente libera, indipendente, cittadina del mondo.

Tullio Kezich la descrive – a pochi giorni dalla morte – come «[…] un’anima orgogliosamente imperfetta che mai si nascose dietro un’immagine di assoluta perfezione. In questo coraggio di agire a viso aperto, sempre e comunque, scoccò la scintilla del talento di Ingrid Bergman e magari, anche se meno visibile, quel pizzico di follia senza il quale non esiste carriera d’artista che meriti di essere ricordata».

 

Barbara Rossi

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