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giovedì, Ottobre 21, 2021

Franco Berni: il ‘cap’ della nazionale

Franco Berni ha partecipato al Mondiale di rugby del 1987 giocando contro gli All Blacks. Ha vinto la Coppa Europa Under-20, 4 scudetti e 1 Coppa Italia. E’ stato uno dei 400 azzurri insigniti alla cerimonia di consegna del cap del 3 febbraio allestita dalla Federazione Italiana Rugby. Zapping News ha avuto il piacere di intervistarlo.
Com’è stata l’esperienza della consegna del cap e cosa ha significato per lei?
E’ stata toccante, il cap è un grande riconoscimento per chi ha fatto la storia del rugby italiano e, per chi come me, ha rappresentato Alessandria in tutto il mondo. Questo evento rientrava nel solco di una tradizione già consolidata altrove, adottata da noi solo la scorsa estate. Inoltre è stato bello rivedere ex compagni e avversari dopo tanti anni. Mi sarei aspettato almeno un messaggio di congratulazioni dalle autorità cittadine.
Ci racconti Italia-Francia dentro e fuori dal campo.
 
Mi sono commosso al canto dell’inno da parte di tutto lo stadio. L’Olimpico, campo inospitale per le sue dimensioni, ha ostacolato il gioco alla mano in trequarti della Francia. L’Italia ha sfoderato una buona difesa e ha piegato i transalpini in attacco. Tuttavia bisogna ricordare che i francesi si trovano in una fase di transizione, avendo chiamato di recente nuovi elementi poco più che ventenni, mentre l’Italia ha giocatori più maturi. Insomma, merito dell’Italia e piccolo demerito della Francia, concentrata più sul Mondiale 2015 che non sul Sei Nazioni 2013.
Nel corso del match, ho osservato la notevole differenza fisica tra i giocatori di oggi e quelli di ieri, frutto del passaggio dal dilettantismo al professionismo avvenuto in Italia rapidamente, forse troppo, data la qualità buona ma non eccelsa della Nazionale. Poi ritengo che l’Olimpico non sia lo stadio ideale per il rugby a causa della scarsa visibilità: meglio un impianto meno capiente ma capace di esercitare maggiore pressione sull’avversario, con un pubblico partecipe e rispettoso degli ospiti.
Che cosa è successo alla Nazionale in seguito, come vede il rugby italiano oggi e come si potrebbe migliorarlo?
Auspicavo una reazione di orgoglio contro il Galles dopo la brutta sconfitta in casa della Scozia. Invece i nostri sono stati travolti dal gioco avversario, basato su una maggiore penetrazione sulla linea degli avanti. Ho visto giocatori stanchi e scarichi mentalmente. A questi livelli l’Italia non può permettersi cali così drastici nelle prestazioni da una partita all’altra. Bisogna sempre onorare la maglia che s’indossa dando il massimo, cosa che non si è vista in questi due match.
In generale la Nazionale è tendenzialmente anziana e, se non ci fossero molti stranieri naturalizzati, diversi ruoli sarebbero scoperti. E’ pur vero che la prima (tranne Lo Cicero) e la terza linea si stanno ringiovanendo e che l’Under-20 ottiene risultati. Si rischia però che molti ragazzi perdano l’occasione di entrare nel giro della Nazionale maggiore. Va attuato un più deciso ricambio generazionale in previsione di un evento come un Mondiale, come hanno fatto altre nazioni. Mentre i coach si alternano (con lasciti positivi), il resto della struttura tecnica rimane immutato.
Forse il modello ideale, più che la Francia e i paesi anglosassoni, è l’Argentina. La sua filosofia di gioco ha diverse affinità con la nostra, con più malizia. Nonostante problemi organizzativi, l’Albiceleste ha conseguito grandi risultati ai Mondiali e al debutto nel Rugby Championship e la maggior parte dei suoi membri gioca all’estero.
Tutto il movimento deve innovarsi. Ora il campionato nazionale Eccellenza soffre per questioni economiche, qualitative e di scarso interesse del pubblico. Ha contribuito in questo senso la scelta di iscrivere due squadre alla Celtic League, il Treviso e gli Aironi (sostituiti dalle Zebre).
La base del movimento è solida ma, a differenza di ciclismo e sci, i successi della Nazionale non hanno portato a un aumento consistente dei tesserati, anche perché a seconda che si vinca o no l’entusiasmo scema.
Le Accademie e il loro metodo di reclutamento funzionano, così come lo staff dei tecnici, ma non forniscono ai ragazzi la cattiveria di gioco necessaria per emergere.
Una possibile soluzione potrebbe essere l’istituzione di un campionato con 7-10 squadre basate sul sistema delle province, alla maniera di Irlanda, Scozia e Galles. Si fonderebbero 7-8 team per dare a un territorio la squadra di riferimento. Ne uscirebbe un torneo migliore e più competitivo, con maggiore coinvolgimento delle sezioni regionali e fidelizzazione dei talenti usciti dai vivai. In più sarebbe opportuno seguire i ragazzi fuori dal campo, come fanno le società calcistiche e, in parte, le Accademie. Perché non si è realizzato tutto ciò? Non lo so, probabilmente le priorità sono altre, si tende a preferire la quantità sulla qualità, a costo di vedere tante società fermarsi per mancanza di fondi.
Un commento sull’Alessandria Rugby?
In questa stagione era importante costruire una squadra fatta di giovani ai quali far fare esperienza, al di là dei risultati. E’ stato positivo intraprendere questa strada e i nostri si stanno facendo valere. C’è un bel settore giovanile e gli allenatori sono preparati. Alessandria ha bisogno del rugby per offrire ai ragazzi l’occasione di dedicarsi a un’attività che richiede passione e spirito di sacrificio. Sarebbe bello avere un campo di proprietà ma ora non è facile costruire il necessario. Meglio rimanere al DLF, vitale per la sopravvivenza della disciplina in città.
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