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Alessandria
giovedì, Ottobre 21, 2021

Spettacolo teatrale a favore dell’Eritrea

Considerando il fatto che si tratta dell’unica associazione ad Alessandria ad occuparsi di Eritrea, i suoi volontari ci tengono particolarmente a focalizzare l’attenzione su una realtà che conoscono dal 2006 e che ha visto impegnate ancora fino a pochi giorni fa alcune volontarie in terra africana.

Lo spettacolo in oggetto avrà inizio alle ore 21.00.

Locandina L'Attesa

Per informazioni su S.I.E è possibile consultare il sito www.sieonlus.org o la pagina facebook.

Nella foto allegata Francesca Bravi (durante l’ultimo viaggio in Eritrea lo scorso settembre) insieme alla piccola Amira, ospite di una casa famiglia per orfani della capitale Asmara.

Più sotto una riflessione…

Grazie di cuore per l’attenzione e per quanto potrete fare,

Cristina Forcherio

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“Sono stato spesso ospite della terra di Eritrea. Ogni volta che la raggiungevo era forte la sensazione di essere come a casa, nel bel mezzo dell’Africa ma a migliaia di chilometri dal nostro quotidiano, un lembo di storia che hanno costruito i nostri antenati e che tuttora sopravvive nel tempo. Non potrebbe essere altrimenti, se anche il suo nome, significa ‘terra rossa’, è stato coniato dal nostro primo ministro Crispi nel tardo ottocento, oppure, se come a Dogali, ci si imbatte in un ponte con sull’arcata la scritta tutta piemontese ‘c’al custa lonca al custa’, slogan del nostro famoso battaglione Aosta. Ho conosciuto una popolazione dolce, ospitale, laboriosa, pronta a rinnovare la corsia preferenziale che italiani ed eritrei si sono costruiti nel tempo. Ho sentito la pesante atmosfera di un regime militare che ha chiuso questo popolo meraviglioso dentro ad un carcere a cielo aperto, in cui tutti gli uomini sono obbligati a frequentare una leva militare permanente della durata di decenni. Mi sono fatto travolgere da un popolo giovane, ma più ancora pieno di bambini, che si attaccavano a me e agli altri fortunati compagni di viaggio, alla ricerca di un padre che è scomparso dalla loro vita, disperso nella follia di un dittatore. Ancora annuso il profumo del caffè, nato proprio tra quelle montagne e sapientemente preparato, come vuole la tradizione, da dolci e pazienti mani femminili. Rivedo i mercati pieni di bancarelle, di spezie, di un umanità povera ma serena e dignitosa. Rivivo la presenza dei nostri nonni nella grandezza del ‘Cinema Impero’, delle ‘Poste’ e dei ‘Gabinetti’ posti all’uscita, nell’incredibile maestosità della strada che porta da Asmara a Massaua, da 2400 metri al livello del mare, e nella ferrovia che gli corre a fianco, ridotta ormai a piccoli brandelli di strada ferrata. Ho fissato gli occhi muti di coloro che mi hanno ospitato e che ciclicamente si trovano a convivere, come famelici compagni di vita, con carestie drammatiche per loro e per il loro bestiame, unica fonte di sostentamento in alcune zone di particolare aridità. Ho sentito l’impotenza di tante storie di giovani che, con tutte le precauzioni possibili, ci chiedevano di aiutarli a sopravvivere da quella furia distruttiva che gli stava annientando vita e sogni.

Un giorno di inizio autunno tutte queste emozioni me le sono ritrovate innanzi a me all’improvviso, come un forte richiamo a ricercare un perchè ad un destino a cui non volevo credere. Nelle immagini provenienti da Lampedusa rivivo miscelati tutti i miei ricordi, incontro nuovamente tutti quei volti, tutte quelle storie che mi facevano sentire inutile di fronte alle loro richieste di aiuto e di comprensione. Ora che a dramma si è aggiunta tragedia, che le loro vite si sono spezzate, annegate, bruciate, proprio a due passi da casa mia, la giostra delle emozioni torna a girare in modo frenetico. Penso al loro viaggio di avvicinamento a noi, continuamente cacciati da gendarmi senza pietà e taglieggiati da briganti avidi, nel deserto sudanese o nei porti libici, protagonisti di una traversata che non avevano nessuna intenzione di compiere, come agnelli pronti al macello. Mi commuovo nel vedere le fotografie ritrovate durante la sciagura, sì, perchè sono le stesse immagini che vedevamo nelle famiglie eritree sorseggiando caffè, mangiando popcorn, scherzando con i bimbi. Non trattengo l’indignazione per coloro che con parole e gesti, prendono posizione su questa ecatombe senza averne conoscenza, sensibilità e cervello per poterlo fare, come se per forza dovessero dare giudizi su tutto….in questi casi il silenzio e la pietà sono la miglior risposta. Mi arrabbio per la ‘distrazione’ verso una situazione che coinvolge una nazione africana grande 5 volte il Piemonte, abitata (ormai disabitata) da 5 milioni di persone, in cui un regime folle la tiene in ostaggio da più di vent’anni, conducendola all’invidiabile record di essere all’ultimo posto da ormai 4 anni per la libertà di stampa, regolarmente agli ultimi 10 per il reddito pro capite, continuamente ospitata dalle relazioni periodiche sulle torture e sulle violazioni alla persona da parte di Amnesty International. Ritorno alle immagini che ci mostrano i nostri telegiornali e a quelle che la mia mente produce, il buio della notte a farla da padrone, le urla, il fuoco che inizia ad incendiare la barca, le frustate degli scafisti, l’acqua, tanta fredda acqua, le mani che si agitano i corpi di uomini, donne, bambini che non ce la fanno più. Proprio sulle nostre coste, nell’Italia in cui si sentivano più protetti e sicuri, porto di approdo della loro voglia di iniziare sognare di vivere una vita dignitosa. Forse chiedevano troppo? Sicuramente provo vergogna”.

I volontari di S.I.E Onlus

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