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venerdì, Dicembre 3, 2021

Sottile malinconica nostalgia del viaggiare

Uno scrittore molto amato, Bruce Chatwin diceva: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi”. Viaggiare, e ancor più, viaggiare da soli, è la massima espressione per far compagnia a se stessi, conoscersi e scoprire i propri limiti.
Il viaggio dovrebbe essere prescritto come cura dai medici, reso obbligatorio per legge nella formazione dei giovani, nulla, infatti, arricchisce come macinare chilometri, mettendo la distanza fra quello che è noto e si conosce e ciò che è ancora ignoto. Movimento per essere vivi e sentitrsi tali, conoscere realtà neanche palesate con l’immaginazione rende la mente improvvisamente un caleidoscopio che riesce a vedere altre sfaccettature della realtà e compie il grande miracolo di rendere piccola la propria dimensione rispetto a milioni di realtà possibili in altri luoghi. Il viaggiare è la parafrasi della vita e quando si incomincia diventa una malattia, non se ne può più fare a meno, come e più forte di una droga, per sentirsi vivi ci si deve muovere, andare, tornare per poi andare ancora.
L’aspetto, forse, più adrenalico è il desiderio continuo dell’ancora: hai visto un luogo, torni e pensi a quanto è grande il mondo e che devi ripartire subito perché altrimenti una vita intera non ti basta a conscerlo tutto ed è proprio ciò che vuoi fare, il tuo scopo, il tuo modo per essere consapevole dell’essere e dell’esistere.
Vari sono i modi di viaggiare, quasi sempre lontani da quanto l’industria turistica propone, perché viaggiare è un’altra cosa, e il viaggio prevede di solito un ritorno. C’è chi torna contento a casa e chi la vede soltanto come una stazione di posta, una pausa, una sospensione, l’interruzione di altro: fermarsi è momentaneo mentre il viaggiare è per sempre, è il programma principale della propria vita. Questa differenza comporta conseguenze diametralmente opposte: persone tendenzialmente stanziali che stanno bene dove sono e persone inquiete, perennemente in moto, nomadi che non hanno radici ed anelano il moto perpetuo e non andrebbero a vivere permanentemente in un altro luogo perché hanno bisogno sempre di un nuovo luogo. Il sogno delle anime girovaghe è di camminare per i sentieri del mondo senza ritornare mai sui propri passi, fermarsi in un luogo, giusto il tempo per conoscerlo, mesi, forse qualche anno e poi riprendere il cammino fino alla fine del mondo, fino alla fine della propria esistenza e non importa quando e dove la morte arriverà perché hanno vissuto viaggiando.

 

Fausta Dal Monte

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Fausta Dal Monte
Giornalista professionista dal 1994, amante dei viaggi. "La mia casa è il mondo"
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