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mercoledì, Gennaio 26, 2022

Le letterine a Santa Klaus di ieri

Una penna, un foglio di carta e tanta ingenuità, con bambini speranzosi e letterine nascoste sotto i piatti dei genitori durante la grande festa del Natale. Sembra lo scenario di un film natalizio, con visi allegri ed una calda atmosfera, invece, è l’immagine di un Natale di qualche decennio fa. Quando l’omone barbuto vestito di rosso non apparteneva ancora al quotidiano; quando i desideri erano ben più umili e quando ci si sentiva fortunati nel ricevere anche un solo regalo, le letterine di Natale consistevano in messaggi da lasciare sotto il piatto di mamma e papà.
“Cara mamma e caro papà,
vi voglio tanto bene. In questo giorno voglio essere buona. Papà, spero che Gesù Bambino ti dia la salute e la grazia di stare sempre bene. Mamma, ultimamente credo di essere stata cattiva e spero che mi perdoni. In questi giorni di Natale cercherò di essere sempre obbediente. Mamma, so che desideri che io sia promossa e spero di poterti accontentare.
Tanti baci ancora.”
Questo è il testo di una letterina scritta nell’ormai lontano 1967. Nessuna richiesta esagerata. Nessun bambino che necessita dell’ultimo gioco offerto dal mercato. Nessuna bambina che insiste per avere il pupazzo che piange, cammina e mangia. Solo un po’ di semplicità e tanta ingenuità. Sono piccole memorie di un passato ricordato come difficile e duro da affrontare, ma anche ricco di amore verso i piccoli e semplici gesti.

“Carissimi Babbo e Mamma,
la prima letterina della mia vita io la dedico a voi, per dirvi che vi voglio tanto bene e per augurarvi buon Natale e buon anno. Vi bacio e vi abbraccio tanto, vostra Sabrina.” (Natale 1977).

Con lo scopo di ringraziare e dimostrare affetto, le letterine di una volta erano rivolte proprio a quelle figure che, talvolta, apparivano autoritarie. Sembrano tante le cose cambiate in questi decenni, forse troppe. Però, saturi di spirito natalizio, ci si augura che, almeno in questi giorni, si faccia ritorno a quella semplicità ed ingenuità tipica dei tempi passati.

Giada Guzzon

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…e quelle dei giorni nostri

“Caro Babbo Natale,
quest’anno sono stato bravo…”

LETTERINE-NATALE-OGGICome tutti sanno, questo è l’inizio della tipica lettera a Babbo Natale.
Oggi, però, il progresso ha portato a sostanziosi cambiamenti e le usanze natalizie non ne sono state immuni. La memoria ci regala ricordi di letterine scritte spontaneamente, con un foglio ed una biro. Letterine che venivano spedite ad una figura barbuta, a tratti misteriosa, vestita di rosso, o letterine consegnate ai genitori, i quali, sicuramente, le avrebbero fatte avere a Babbo Natale.
L’avvento dell’onnipresente tecnologia, però, ha mutato anche questa tradizione.
Un destinatario, un oggetto ed il testo di una mail. È così che iniziano molte lettere a Babbo Natale dei nostri giorni; il battito dei tasti delle tastiere dei computer sostituisce la scrittura infantile dei bambini. Sono cambiati (e continueranno a cambiare) i mezzi, le esigenze, i desideri e le ambizioni. Purtroppo, nessuno è immune ai cambiamenti ed anche i bambini cadono vittime del progresso che, troppo spesso, porta alla perdita di quegli antichi valori che fanno apprezzare le piccole cose ed i gesti semplici. Prendono vita, così, testi scritti per mezzo di una macchina, troppo spesso freddi, che si riducono ad un mero elenco di giocattoli, videogiochi e pupazzi desiderati. Letterine come questa, che fanno anche sorridere:

“Caro Babbo Natale, siamo due gemelli di sei anni: Ludovica e Edoardo. Ti scriviamo per salutarti e chiedere dei regali per questo Natale. Vorremmo la Casa Glam di Barbie con la piscina dei cuccioli, la Lego Friends, un passeggino rosa per i gemelli e il diario di Violetta. Io, Edoardo, vorrei il Fortino della Playmobil, la Lego Chima e la Caserma di Sam il Pompiere. Salutaci le tue renne e tutti gli elfi. Un abbraccio Ludovia e Edoardo.”

Fortunatamente, non si tratta della totalità; una buona parte di bambini ha appreso il fascino e, spesso, la poesia di una lettera scritta col cuore, che, anche se rivolta a qualcuno che non si consoce personalmente, regala un po’ di magia ed è proprio per questi piccoli scorci di speranza che vale la pena continuare a sognare.

Giada Guzzon

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