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domenica, Ottobre 24, 2021

I Rebeti

Anno 1922- l’ Impero Ottomano è in disfacimento allora il Regno di Grecia tenta l’ invasione; con lo scopo di sottrarre territori asiatici molto importanti dal punto di vista strategico e mercantile.La reazione dell’ esercito turco; guidato da Kemal Ataturk; è feroce e tempestiva: i greci vengono fermati a Smirne e respinti in patria assieme a 200mila civili di origine ellenica che temono ritorsioni.L’ anno seguente il Trattato di Losanna sancisce la nascita della Repubblica di Turchia e determina lo scambio di popolazione con i rivali ellenici: 400mila turchi residenti in Grecia e 1milione e mezzo di greci residenti in Turchia vennero sradicati e costretti a tornare nel Paese d’ origine.Questa diaspora è figlia dei nascenti nazionalismi che vogliono a tutti i costi etichettare gli essere umani come merce; mobilitandola a piacimento sullo scacchiere europeo e mondiale.Ne consegue che i profughi forzati; strappati alla loro quotidianità; non vengono accolti con piacere dai residenti e ben presto si ritrovano a vivere ai margini delle grandi città; Salonicco ed Atene raddoppiano la loro popolazione e si formano numerose bidonville; aggravando la precaria situazione sociale.Molti parlano turco e sono musulmani; caratteri che si scontrano con la classe dominante modernista e filoeuropea della Grecia post conflitto: la loro presenza orientalizza la vita greca; pertanto non è gradita.Tra i migliaia di profughi pochi sono quelli che si adattano e riescono ad integrarsi nella nuova realtà; i più si lasciano scivolare nel vortice della resistenza antiautoritaria conducendo una vita fatta di furtarelli; piccoli traffici; risse;miseria e frequenti visite in carcere e nei bordelli.Queste persone vengono soprannominate “rebeti” ovvero “ribelli” in turco; anche se qualcuno crede che tale soprannome derivi da “ribat” nome arabo per descrivere le malfamate taverne dei quartieri portuali sparsi per tutto il Mediterraneo e l’ Egeo.La taverna infatti è un punto cardine della vita di questi ribelli: punto d’ incontro della piccola mala e del mercato nero perenne; ma soprattutto pentolone ribollente ove si mescolano i due ingredienti principale della vita dei rebeti: il consumo di hashish e la musica.Il consumo di hashish è comune in Medio Oriente; è un rituale paragonabile al consumo di alcool in Europa; e le fumerie sono diffuse; quest’ abitudine tradizionale non è ben vista in Grecia; non per questioni di salute ma perché è un’ usanza troppo orientale; e le ferite dell’ Impero Ottomano bruciano ancora sulla coscienza degli ellenici.Il secondo fattore; la musica; è molto importante: canzoni che parlano di vite disperate; tradimenti;contrabbando; carcere; lontananza dalla famiglia e dagli amici; gli strumenti più diffusi sono la chitarra e il violino; ma anche il santur;il bouzuki e l’ oud; tipici della tradizione orientale.I suonatori improvvisano strofe; inserendosi e fermandosi nel tracciato sonoro a piacimento come nel jazz; e cantando delle loro sofferenze come nel blues degli schiavi africani delle piantagioni degli Stati Uniti.Questo genere musicale prende il nome di rebetika e può essere paragonato al rai maghrebino; al fado portoghese; al flamenco spagnolo o al son cubano; per certi versi può essere interpretato come l’ antenato del rap.Con il passare del tempo la rebetika inizia ad essere apprezzata anche all’ esterno della circoscritta comunità rebel e fa la sua comparsa negli eleganti cafè del centro delle grandi città; alcuni esponenti come Marika Papagika; Kostas Roukounas e Yannis Davos godono di fame internazionale.Questo genere musicale vivrà momenti di gloria anche al cinema: sarà la colonna sonora del film “Zorba il Greco” con un indimenticabile Anthony Quinn protagonista di un simpatico balletto sirtaki.

Tra il 1940 e il 1970 la dittatura nazionalista s’ inasprisce e la rebetika viene posta fuori legge: diventerà la colonna sonora dello schieramento antifascista e della fronda di contestazione in genere.I rebeti sono una sottocultura particolare: non si sono formati nelle città simbolo del melting pot mondiale; come Londra o New York; ma sono sorti ai margini di una nazione;la Grecia; che di per sé gode di scarsa considerazione internazionale.Non sono figli di un’ ideologia o di una moda commerciale; non hanno l’ appeal delle subculture storiche: sono marginali; drogati e discriminati pertanto difficilmente emulabili.I rebeti del basso Mediterraneo sono paragonabili a quell’ umanità disprezzata presente un po’ ovunque: dalla Genova di De Andrè alla Napoli camorrista e neomelodica passando per i quartieri del porto di Trieste (Saba; “La Città Vecchia”): storie tutte uguali di chi vive la vita come un gioco; mettendo a dura prova gli ideali di stabilità della cultura mainstream che li ospita.

Nicholas Capra

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