La “protesta silenziosa” degli agenti di polizia nel carcere di San Michele

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E’ servita una “protesta silenziosa” per dare voce alle rimostranze della polizia penitenziaria di stanza nel carcere di San Michele. Dal 22 dicembre alcuni agenti hanno deciso di rinunciare al pasto in mensa per protestare contro la cronica carenza di personale, costretto a fare fino a 80 ore di straordinari al mese e a rinunciare così ai riposi settimanali. Lavorando ben oltre le 9 ore consecutive previste e con turni notturni superiori ai 6 indicati dall’Accordo Quadro Nazionale come soglia massima. Una situazione difficile, aggravata da episodi di cronaca all’interno dell’istituto (per es. l’aggressione ai danni di un detenuto marocchino da parte di tre connazionali a inizio 2017), che gli agenti hanno voluto denunciare con un gesto eclatante ma poco rumoroso, amplificato dall’attività di Salvatore Carbone, Segretario generale dell’Unione italiana lavoratori Pubblica Amministrazione (UILPA).

Le richieste degli agenti in protesta, riassunte dal sindacato di categoria, sono in primo luogo l’integrazione di altre unità a una pianta organica in deficit rispetto alle esigenze, una presenza più vicina al personale da parte del comandante, del vicecomandante e del direttore dell’istituto e una migliore e più equa ripartizione dei turni, dei servizi e degli straordinari. Il direttore della Casa di reclusione, Domenico Arena, e il Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria, Luigi Pagano, hanno formulato alcuni provvedimenti a soddisfare alcune delle loro esigenze: l’arrivo di 10 agenti dall’inattiva Casa Circondariale di Alba, il ritorno al San Michele di 10 unità distaccate fuori regione e l’introduzione di un sistema di videosorveglianza e di automazione di cancelli, l’istituzione di pattuglie di tre unità per un migliore controllo delle sezioni. Niente da fare per il trasferimento di 3 agenti dal Don Soria, bloccato dopo le proteste degli agenti lì impiegati.

Stefano Summa
@Stefano_Summa

DIALESSANDRIA.IT EXTRA

Il 4 febbraio s’è tenuto l’incontro pubblico “Oltre il muro”, dopo il quale gli agenti in protesta hanno deciso di accedere nuovamente al servizio mensa, come annunciato dal Segretario generale dell’UILPA, Salvatore Carbone. A motivare tale decisione, spiega il rappresentante sindacale, “il rientro del loro comandante, il concreto aiuto del personale dell’istituto di Alba avvenuto con la modifica dell’Accordo regionale sulla mobilità e la visita ispettiva politica dell’On. Andrea Maestri“. La relazione del membro della Commissione Giustizia del Parlamento dopo la visita alle carceri alessandrine è qui integralmente riportata:

Alessandria, sabato 4 febbraio 2017.
Da settimane abbiamo programmato una visita all’interno delle 2 carceri cittadine, la casa di reclusione San Michele e la casa circondariale Cantiello Gaeta.
È un mattino gelido e grigio, arrivo al casello di Alessandria ovest e trovo ad accogliermi i compagni del Comitato Macchiarossa Daniele, Arianna, Alessandro, Davide e insieme a loro il segretario regionale della UIL Polizia Penitenziaria Salvatore Carbone, col quale abbiamo organizzato le due visite del mattino e l’incontro pubblico del pomeriggio.
Il primo istituto, a pochissimi chilometri dall’autostrada, fuori città, è una scatola incolore di cemento armato: il freddo che si percepisce da fuori è lo stesso che si incontra dentro, nei pavimenti grigi, nei muri di un bianco malato aggredito dall’umidità, nel metallo delle grate, delle sbarre, dei serramenti, dei chiavistelli.
Ci eravamo preparati a queste visite con meticolosità: l’art. 67 dell’ordinamento penitenziario (Legge 26 luglio 1975 n. 354) consente ai parlamentari (e ad altri soggetti istituzionali tassativamente indicati) di visitare senza autorizzazione i luoghi di detenzione, anche accompagnati da persone che coadiuvano il deputato in ragione del proprio ruolo. La norma è chiara (o, almeno, chiara e inequivocabile sembrerebbe): “L’autorizzazione non occorre nemmeno per coloro che accompagnano le persone di cui al comma precedente (parlamentari, n.d.r.) per ragioni del loro ufficio.”

Alla luce della norma e non senza chiedere precise indicazioni alla stessa direzione del carcere, noi avevamo graziosamente comunicato il giorno, l’ora e i dati identificativi di chi mi accompagnava e ci era stato detto che era tutto a posto. Giunti al San Michele, invece, abbiamo dovuto registrare l’assenza del direttore del carcere, che aveva delegato ad “accoglierci” un vicecomandante della polizia penitenziaria, coadiuvato dal responsabile degli educatori. Ci sono stati somministrati moduli in cui avremmo dovuto dichiarare che ognuno dei miei accompagnatori “presta nei miei confronti una collaborazione diretta, professionale, stabile e continuativa”: tutti requisiti evidentemente restrittivi e impossibili da integrare (in pratica, secondo quel modulo, avrei potuto accedere al carcere solo accompagnato dalla mia assistente parlamentare), previsti da una circolare ministeriale che, pur avendo una funzione meramente interpretativa e ricognitiva delle norme di rango primario che discendono dalla legge e che sono improntate al principio dell’apertura all’esterno delle mura (fisiche, giuridiche e simboliche) del carcere, pretende di circoscrivere e limitare la portata e lo spirito della legge. Per massima trasparenza e correttezza, e per evitare di dichiarare (firmando un modulo prestampato) cose anche solo parzialmente non corrispondenti al vero, ho specificato per iscritto che “gli odierni accompagnatori collaborano col partito di mia appartenenza sul tema della giustizia o in quanto membri del locale comitato o in quanto relatori al convegno odierno.”

Dopo un estenuante braccio di ferro sul l’interpretazione delle norme sono potuto accedere al carcere accompagnato dal sindacalista, autorizzato verbalmente solo dopo l’intervento del provveditore regionale.
Condotta antisindacale? Ostilità ad personam?
Approfondiremo, intanto continuiamo il racconto.
Al San Michele le celle sono piccole, c’è posto solo per 2 letti e una latrina. Per almeno 8 ore al giorno le celle restano aperte e i detenuti possono percorrere in lungo e in largo il corridoio, “sorvegliati dinamicamente” da un solo agente disarmato. Effetti della sentenza Torreggiani, con cui la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia per violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, per le condizioni delle carceri italiane che ledono la dignità degli esseri umani rinchiusi. Quindi celle aperte (perché di costruire carceri nuove con spazi adeguati non se ne parla), agenti (sempre drammaticamente sotto organico e male equipaggiati) lasciati soli con 50 detenuti ciascuno su cui vigilare, un altro agente che sorveglia due schermi con una quarantina di telecamere che riprendono altrettanti luoghi (ma non almeno 20 occhi per visionare adeguatamente quelle immagini), accessi meccanizzati ma senza bracci elettrici funzionanti e quindi chiavi su chiavi su chiavi ad aprire e chiudere continuamente sbarre e serrature.
Noi di Possibile, quando parliamo di esseri umani rinchiusi non ci riferiamo solo ai detenuti ma anche ai “diversamente detenuti” cioè a tutti coloro che trascorrono almeno 8 ore consecutive la’ dentro per lavoro (agenti di polizia penitenziaria, educatori, personale sanitario…). Alla polizia penitenziaria l’Amministrazione non da divise nuove da 6 anni: c’è chi si arrangia coi rammendi e chi non si può permettere di ingrassare sennò non ci entra più dentro.
Dagli anni 90 non si indicono più concorsi per direttori dei penitenziari e c’è chi diventa direttore dopo avere impropriamente svolto mansioni superiori per anni. C’è una vera e propria emergenza per il rispetto del diritto alla salute dei detenuti: uno di loro, affetto da neoplasia polmonare sta implorando da mesi di essere ricoverato e operato. Troppi detenuti sono tossicodipendenti o assumono psicofarmaci per sopravvivere.
Dal San Michele ci trasferiamo poi nel carcere storico della città, ricavato da un ex convento, il Cantiello Gaeta, dal nome di due agenti rimasti uccisi durante la rivolta del 1974. La struttura è a raggera, con un corpo centrale e bracci che su tre piani ospitano le diverse sezioni del carcere. Struttura vecchia ma con un’anima, celle molto più ampie e anche un teatro di rara bellezza sotto la cupola centrale. Qui, anche se la legge è la stessa e la maledetta circolare pure, veniamo accolti tutti, nessuno escluso e a braccia aperte. Arcani della burocrazia.

Alle 16 ci trasferiamo in un bellissimo spazio della comunità di Don Gallo per l’incontro pubblico organizzato da Possibile. La sala è piena, ci sono rappresentanti di associazioni, agenti di polizia penitenziaria, cittadini: raccontiamo ciò che abbiamo visto, quello che non va, quello che c’è da fare. Domande, riflessioni, richieste di aiuto sembra che non finiscano mai: si ragiona sull’utopia abolizionista del sistema carcerario e sulle possibili alternative, sull’amnistia, su una visione laica e non paternalistica della pena, sui disastri del proibizionismo in materia di stupefacenti, sulla bellezza di Costituzione e legislazione penitenziaria italiana e sulla parallela inadeguatezza dell’organizzazione e dell’amministrazione in questo delicato e fondamentale segmento del pianeta giustizia.

Ci prendiamo l’impegno di raccogliere dati e informazioni e di costruire, sinergicamente, almeno un paio di interrogazioni da rivolgere al Ministro.
Migliorare la qualità del lavoro degli operatori per migliorare la qualità della vita delle persone private della libertà personale. Perché il carcere diventi occasione di vera e possibile risocializzazione, di recupero della dignità attraverso lo studio e il lavoro. Perché il carcere cessi di essere una discarica sociale per gli ultimi e i disgraziati, un incubatoio di nuova criminalità e di recidiva, un buco nero nella comunità dei cittadini e delle persone.

Andrea Maestri

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