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domenica, Ottobre 24, 2021

Inventarsi in tempo di crisi

Mestieri vecchi e nuovi per superare la mancanza di lavoro e la disoccupazione. Dallo sbandieratore di piazza al web marketing, dai montatori di mobili Ikea al rischioso mestiere di wedding planner

Fabbri, falegnami, ciabattini riemergono dal passato. La storia di una stilista improvvisata dopo essere rimasta senza lavoro

La complessità del mondo del lavoro ha spinto i più intraprendenti ad inventarsi una professione, anche se forse sarebbe più corretto pensare che costoro hanno sopperito ad una figura mancante della società; di seguito la top ten dei nuovi lavori per l’uomo del Terzo Millenio.
Sul gradino più basso del podio lo sbandieratore di piazza. Lo sbandieratore svolge la mansione di sostenitore-comparsa nelle uscite pubbliche; quesito fondamentale per questo lavoro occasionale la scarsa propensione al ragionamento, è invece caratteristica preferenziale una regressa esperienza come spettatore di reality o talk show. Al nono posto un lavoro da duri: il cuoco nei sommergibili; consiste nell’imbarcarsi per mesi in mare aperto, cucinando per il numeroso personale in uno spazio ristretto e garantire la miglior qualità del cibo possibile nonostante la scarsità degli ingredienti; difficoltà assicurate ma ottima paga. Ottava posizione per il lavoro più new age del momento: il soul coach, ovvero l’allenatore dell’anima, che si preoccupa del nostro equilibrio psicofisico. La frenesia della vita quotidiana ci distrae dai bisogni reali della nostra persona? L’allenatore è qua per aiutarci ad affrontare al meglio ogni situazione, facendoci da guru, confessore e psicologo. Più avanti in classifica troviamo i “cacciatori di taglie”, esclusiva degli Stati Uniti, dove vengono assunti per recuperare criminali ed inadempienti vari che voglio sfuggire alla condanna pendente: il loro compenso equivale al 10% della cauzione e possono ricorrere a qualunque mezzo per catturare il latitante. La rapida diffusione mondiale del poker Texas hold’em ha donato una veste più informale al gioco e contemporaneamente ne ha fatto lievitare il giro d’affari. Anche in Italia sono aumentati gli appassionati ed, in breve, alcuni di loro si sono ritrovati giocatori professionisti, che partecipano a tornei di rilevanza internazionale con premi milionari: tra sponsor e libri per principianti ne hanno fatto una professione. Al quinto posto i “mariti in affitto”, ossia persone volenterose e abili manualmente che svolgono quelle mansioni, dal giardinaggio alla piccola idraulica, che gli uomini di casa non possono fare per importantissimi e segreti motivi; vibranti proteste dei mariti veri: “Ancora otto mesi e l’avremmo fatto noi”. Sulla strada verso il podio i veri baluardi del Genio Civile, la squadra speciale dei “mariti in affitto”: i montatori dei mobili dell’Ikea, che per una tariffa a mobile più un tot per la chiamata vi monteranno il salotto in totale sicurezza! Per queste ultime due attività vi è richiesta nella nostra regione e non costituiscono un’attività esclusiva ma un’occasione per gli esperti del fai da te che vogliono arrotondare; su internet è possibile affiliarsi ad un gruppo e postare la propria foto in modo da rendere più trasparente possibile il servizio offerto. Medaglia di bronzo per una professione che sta facendo la sua comparsa anche in Italia: il wedding planner, l’organizzatore di matrimoni, che gestisce ogni aspetto della cerimonia, dai fiori al rinfresco. Rendere unico il giorno più importante di una coppia è sicuramente gratificante e redditizio: fantasia, gusto e versatilità le caratteristiche necessarie. Mansione talvolta pericolosa in quanto c’è il rischio che le scelte del pianificatore si rivelino pessime causando forte astio con le spose e matrimoni-tragedia. Posto d’onore per il riciclatore tecnologico, che si occupa di smontare gli apparati tecnologici per recuperarne i materiali riciclabili: un lavoro di sicure prospettive vista la mole impressionante di tecnologia in circolazione. Ma il lavoro più interessante del prossimo futuro è senza ombra di dubbio la figura del “nomade digitale”, esperto di web, web marketing e progettazione grafica, che si occupa di migliorare la visibilità di un sito internet e di favorirne l’ascesa nei motori di ricerca. È un lavoro che necessità solo di una connessione a internet, per il resto è carta bianca e per questo motivo molti professionisti hanno scelto di lavorare da casa o di lavorare da un non-ufficio sparso per il Mondo. Queste persone hanno capito che è possibile vivere bene nella propria dimensione, dedicandosi alle proprie passioni nel presente senza rimandare il tutto al momento della pensione. Le nuove tecnologie hanno annullato le distanze, concedendo alle persone di riappropriarsi della vita e degli spazi: l’era della sedentarietà in ufficio è terminata, la prospettiva futura è un ritorno al passato primordiale privo dell’ingordigia capitalista. Questi alfieri della new economy ripudiano il modello consumistico incarnato nel manager nevrotico: sono decisamente più simili ai gruppi etnici erranti, come gli zingari ramai.

 

maestro_tartufaioVecchi lavori per nuovi lavoratori, ovvero quando per andare avanti bisogna guardare indietro.
Mentre diplomati e laureati misti attendono l’occasione per dimostrare il loro valore nel mercato del lavoro, c’è qualcuno che si è ispirato al passato per sopperire alla penuria di posti di lavoro: antichi mestieri riscoperti grazie alla crisi.
Un’attività che con il benessere del Dopoguerra era quasi sparita dal territorio nazionale era quella dei compratori d’oro: la pratica era compresa nel lavoro del gioielliere, che provvedeva poi a fonderlo e lavorarlo; ora l’incalzante bisogno di liquidità ha fatto crescere in maniera esponenziale il numero di negozi in cui è possibile vendere il proprio oro, che viene registrato e portato nelle fonderie in un secondo momento.
Stesso discorso per il rame: in passato esistevano gruppi di zingari mastri ramai dediti alla riparazione delle pentole e alla raccolta dei rottami con i quali costruivano piccoli oggetti; ora è un po’ luogo comune additarli come “ladri di rame” in quanto le cronache giudiziarie tendono a enfatizzare questo reato sulla loro etnia, ma la realtà è che con la massiccia richiesta di oro rosso da parte di Cina e India, il commercio, legale e non, ha subito una storica impennata: 5,500 euro alla tonnellata sono un motivo sufficiente per riaprire le miniere.
Altre attività molto richieste sono quelle del fabbro e del falegname: in passato, quasi ogni famiglia era in grado di compiere piccoli lavori manuali di questo tipo, ma la progressiva industrializzazione ha messo da parte questi mestieri antichi come la Bibbia.
Attualmente, vista la tendenza a riparare un oggetto piuttosto che sostituirlo, trapani e torni sono tornati in voga: scuole e corsi professionali avviano i giovani al mestiere che fu di San Giuseppe.
falegnami_azienda_artigianaAltro gradito ritorno nelle nostre strade è quello delle botteghe che vendono vino sfuso, svolgendo la funzione di mediatori tra le cantine e la vendita al dettaglio; in una regione come la nostra è un’attività molto importante dal punto di vista economico e culturale: garantisce un prodotto di qualità ad un prezzo accessibile promuovendo l’industria agricola locale. Il giro d’affari del vino sfuso in Italia è stimato in quasi tre miliardi di euro, cifra record che ci pone sul gradino più alto del podio mondiale: la continua e crescente richiesta di prodotti da parte di Russia e Cina, oltre che dai “soliti” tedeschi, inglesi e americani, può rivelarsi uno spiraglio d’impresa importante per i produttori tricolore.
C’è anche chi di una passione ne ha fatto un mestiere: costoro sono i cosiddetti “tartufai”, che, armati di cane e possibilmente in solitaria, s’addentrano nei boschi in cerca dei preziosi tuberi.
Le maglie larghe della legge (“la raccolta dei tartufi è libera nei boschi e nei terreni non coltivati, compresi i pascoli”) ha incentivato la crescita demografica dei trifolai, anche perché in Piemonte il nobile tubero è di casa e la qualità più pregiata, il tartufo bianco Pico, può arrivare a 4,500 euro al chilo a seconda della disponibilità sul mercato.
Lavoratori che hanno fatto di necessità virtù, riscoprendo l’italico passato fatto di agricoltura e di artigianato per un Paese di borghi e borgate, contrapposto al desolante scenario futuro fatto di centri commerciali e fast food, che giorno dopo giorno cementano l’anima delle nostre città.

Vi è poi un mestiere antico
antico come l’uomo
col tempo non è sparito, col tempo s’è imboscato
e ora trova bottega tra la Camera e il Senato.

 

shutterstock_60978295Storie d’ingegno quotidiano, storie di creativi che alla recessione hanno risposto semplicemente “no, grazie”, accompagnandola alla porta con risoluta fermezza.
Donatella è impiegata presso un ufficio privato, figli grandi, trantran quotidiano e via dicendo: una mamma italiana come tante.
Ma succede che il suo datore le accorci la giornata lavorativa, alla scrivania solo al mattino contro le classiche otto ore, di conseguenza, meno stipendio e più tempo libero; la pensione è lontana ed i pomeriggi liberi annoiano anche i sassi, che fare? Dietro l’angolo, l’illuminazione.
“Un giorno, mentre tornavo a casa dall’ufficio, mi è caduto l’occhio si una sartoria cinese in centro città: nonostante fosse l’ora di pranzo, era piuttosto affollata, sintomo di quanto le antiche “botteghe artigiane” siano una risorsa non sfruttata, in particolare da noi italiani”- così l’intuizione – “da giovane avevo la passione per il cucito, a casa ho la macchina… perché non buttarsi? – e così fu.
Inizialmente, per Donatella era un gioco, un modo divertente di concretizzare la sua creatività unendola al buon gusto per il vestire: i suoi primi prodotti sono per i figli, che sfoggiano con entusiasmo gli eccentrici capi rigorosamente fatti su misura e “100% made in italy”.
Ma l’italiano, si sa, è attento al look come pochi altri al mondo ed i figli-modelli diventano i testimonial della collezione privata di Donatella – “Che stilosa la tuta, l’hai presa all’Outlet?” – risposta – “L’ha fatta mia mamma!”.
Il design della mamma stupisce la web-generation, riversando sulla tastiera del computer metri di stoffa sgargiante, frutto di una creatività ed una manualità senza tempo: arrivano le prime richieste “esterne”.
12Nelle discoteche i ragazzi sfoggiano con orgoglio le loro divise da moderni indiani metropolitani, che combattono la grande distribuzione a colpi di hand made – “I miei ragazzi hanno amici molto particolari, attenti alla moda e allo stile personale, mi facevo rimborsare giusto la spesa per i tessuti e cucivo per loro capi unici, nel vero senso della parola!”.
Recentemente, la svolta: “Mi ha contattato un’associazione culturale, mi hanno chiesto di realizzare per loro la divisa ufficiale degli iscritti ed alcuni costumi di scena! Per ora non ho ancora dato risposte sicure, ma davanti ad una richiesta considerevole di capi potrei decidere di aprire una partita Iva e reinventarmi stilista sul serio, trasformando la passione in lavoro”.
Ho usato lo pseudonimo Donatella per rimandare l’immaginario alla casa di moda “Versace” che, nell’arco di una generazione, è diventata un marchio di fama mondiale, partendo dalla sartoria di famiglia sita in quel di Reggio Calabria. La storia di Donatella fa emergere quello che la crisi non potrà mai toglierci: il patrimonio artistico, l’estro, la fantasia; quella genialità che ci ha fatto conoscere ed invidiare nel tempo: i premier di mezzo mondo vestono italiano, 5.500 tra musei e monumenti sparsi per la Penisola, la sigla “Made in Italy” riconosciuta a livello internazionale come sinonimo di eccellenza manifatturiera. La forza dell’Italia è questa: l’inventiva individuale, la magia del fantasista che mette la palla dove nessuno si aspettava, la genialità che ci accompagna in ogni azione e che i cinesi devono ancora capire come fare a copiare. Einstein sosteneva che: “La crisi è la miglior cosa che possa accadere a persone e interi paesi perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia, come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”. Fidiamoci di uno che ne sapeva.

 

 

a cura di Nicholas Capra

 

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