Perché viviamo meno

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In geografia economica l’aspettativa di vita di un popolo è direttamente proporzionale alla ricchezza del Paese che lo ospita; gli ultimi dati del rapporto Osservasalute del 2015 attestano che in Italia l’aspettativa di vita è diminuita, è la prima volta che c’è un’inversione di tendenza ma non è imputabile alla crisi economica globale e nazionale in maniera generica ma alla dissennata politica sanitaria.

Le linee guida dell’organizzazione mondiale della Sanità e delle società scientifiche, per esempio, dettano protocolli che il medico di base o specialista è tenuto a seguire, ciò, però, pare non riguardi il governo centrale e le Regioni; per esempio è provato scientificamente che in caso di ictus o infarto l’ospedalizzazione deve avvenire entro venti minuti dall’insorgenza dei sintomi, ebbene, se si chiudono gli ospedali dei comuni decentrati ma che geograficamente servono migliaia di cittadini, è consequenziale che i casi di mortalità si verifichino più numerosi poiché diventa impossibile l’adeguato soccorso nell’ ospedale non raggiungibile in venti minuti. Se per tagliare i costi della sanità, invece di agire sugli appalti poco chiari e che spesso poi la magistratura porta alla luce della cronaca giudiziaria, si tagliano posti letto e personale, capita allora che di notte ci siano due medici di pronto soccorso i quali devono sperare che i codici rossi in contemporanea non siano mai più di due altrimenti si è costretti al caso; così se la degenza-media non deve superare i tre giorni è consequenziale essere dimessi senza diagnosi certa per mancanza di osservazione ciò che i manuali di medicina hanno sempre raccomandato ancor prima della diagnostica e a proprosito di diagnostica i medici di base sono esortati da circolare a prescrivere meno esami ma il principio elementare della clinica medica è escludere prima le patologie gravi e poi liquidare con la solita frase “Si tratta di stress”.

Fausta Dal Monte

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