C’era una volta…

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L’allevamento dei bachi da seta era diffuso sul territorio piemontese fino a cinquant’anni fa

Storie straordinarie di atmosfere che non esistono più

bachi da setaIl baco da seta è originario della Cina. Si tratta della larva di una particolare farfalla, e si nutre di gelso. Nozioni che quasi tutti conoscono. Ciò che sorprende, tuttavia, è il fatto che fino a cinquant’anni fa questi bruchi venissero allevati anche in Piemonte. Fino allo scoppio della seconda Guerra Mondiale, infatti, le piante di gelso proliferavano in questa regione. Un ambiente ottimale per i bachi, che si nutrono delle loro foglie incessantemente, interrompendosi solo al momento delle mute. Perciò, chi era capace di seguire questo processo allevava i bachi, detti bigat, per arrotondare i guadagni che venivano dalle coltivazioni e dalla produzione di vino.
Le uova si compravano in primavera e proprio per la loro importanza economica venivano benedette in chiesa il 25 aprile, a San Marco. Per farle schiudere venivano messe nelle stalle, ma a volte capitava che le donne le tenessero in seno fino al momento della schiusa. Uscito allo scoperto, il bruco iniziava a mangiare senza sosta. Dopo aver attraversato tre particolari stadi, i bachi entravano nell’ultimo letargo, più lungo degli altri (da qui l’espressione “Dormire della quarta”). Al risveglio, si arrampicavano su rametti di erica e ginestra, pronti per fare il bozzolo di seta che poi sarebbe stato rivenduto. Queste creature, tra l’altro, richiedevano cura costante che di solito veniva garantita da donne o anziani. Tornare a coltivare i bachi da seta al giorno d’oggi, comunque, potrebbe rivelarsi redditizio. La produzione di seta è richiesta infatti sia in campo medico che cosmetico, per creare creme ed unguenti.

 
Ilaria Zanazzo

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