La decontaminazione di Bosco Marengo

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Ricercatori e impiegati ridotti all’osso e in balia di loro stessi. Lavorano senza acqua e luce elettrica, l’ultimo stipendio risale a gennaio

Intanto i fusti dei rifiuti radioattivi giacciono e aspettano di essere trasferiti al futuro Deposito Nazionale

Fabbricazioni-Nucleari-#1Tra le numerose vertenze aziendali che hanno coinvolto il nostro territorio in questi anni di crisi economica, spicca il particolare caso di Fabbricazioni Nucleari, con sede a Bosco Marengo.
L’azienda è nata nel 1967 e si è occupata, unica in Italia, di produrre combustibile per centrali italiane e straniere. L’esito dei referendum del 1987, che ha interrotto il programma nucleare nel nostro Paese, ha portato l’impianto a cambiare il proprio raggio d’azione, focalizzandosi sullo sviluppo di nuovi materiali compositi e plastici e sull’attività di ricerca nel campo dell’energia. Dal 1989 la proprietà di FN appartiene al 98,85% a Enea (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo tecnologico sostenibile). La parte dell’impianto un tempo dedita alla produzione nucleare è ora gestita da Sogin (Società Gestione Impianti Elettronucleari). La società statale ha avviato da alcuni anni il “decommissioning”, cioè la decontaminazione e lo smantellamento dell’impianto, con la messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi in un deposito interno allo stabilimento. Il contenuto di quest’ultimo dovrebbe essere poi trasferito al futuro Deposito Nazionale, ancora da stabilire.
Se questo processo si sta avviando verso la conclusione, la ricerca, invece, ha incontrato varie traversie a causa di problemi nella gestione aziendale. Dal 2010 il gruppo dei ricercatori impiegati si è ridotto da trenta a tredici, a causa anche del trasferimento di alcuni al centro ricerche di Saluggia (VC). I sindacati denunciano da qualche tempo la mancanza di un punto di riferimento nella proprietà, soprattutto in seguito alle dimissioni del presidente e A.D. di FN, Stefania Baccaro. Enea inizialmente voleva avviare una procedura di commissariamento, trasferendo i lavoratori a Enea (nella sede di Saluggia) o a Sogin. Poi, invece, ha cambiato idea e si è messa alla ricerca di un nuovo amministratore delegato. La proprietà ha così evitato la chiusura delle linee di credito e puntato a un possibile rilancio di Bosco Marengo. Secondo le sigle sindacali, ciò sarebbe attuabile mediante commesse cofinanziate dall’Unione Europea. La mancanza di risorse interne, però, non permette di coprire la parte spettante all’azienda nei budget dei vari progetti.
Nel frattempo, i tredici ricercatori hanno continuato a lavorare, per esempio su parte dell’impianto di raffreddamento di una centrale francese. Le difficoltà che hanno dovuto affrontare non sono poche. In primo luogo, gli stipendi: essi hanno cominciato a mancare nel corso dell’estate e nel 2014, escluso un versamento a gennaio, la situazione non è cambiata. A maggio, inoltre, gli impiegati si sono trovati senza energia elettrica né acqua potabile nel posto di lavoro, al punto tale da rendere impossibile fare il proprio mestiere. Non a caso, l’azienda ha deciso di mandare i tredici dipendenti in ferie forzate fino al 3 giugno. Un periodo di vacanza obbligata all’insegna non del piacere del riposo ma dell’ansia di un futuro ancora incerto.

 

 

Stefano Summa

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