Sui barconi in fuga, c’è la vita. Conosciamola

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foto di Giampaolo Musumeci

Il racconto dei reportages di GiampaoloMusumeci, giornalista esperto Giampaolo Musumeci, d’immigrazione

L’associazione Cambalache per i rifugiati. La storia di Vincent: umanità straordinaria

Giampaolo Musumeci è un giornalista freelance, esperto d’immigrazione e autore di reportage di zone di guerra. Collaboratore per
testate nazionali e internazionali, con Andrea Di Nicola ha pubblicato “Confessioni di un trafficante di uomini” (Chiarelettere, 2014), inchiesta inedita sul business creatosi sulle spalle di persone che scappano dai propri paesi in cerca di una vita migliore. L’abbiamo intervistato per andare al di là della mera cronaca e comprendere i meccanismi del traffico di uomini da tutti i punti di vista.

 Qual è l’identikit di chi parte? Come si fa? Esso muta secondo i luoghi di partenza. Dalle situazioni di guerra fugge chiunque, donne, bambini, vecchi, giovani. Gli emigranti economici, invece, di solito sono giovani maschi tra i 18 e i 30 anni, con una buona forza fisica, in grado di affrontare il viaggio. Essi cercano un lavoro per ripagare il viaggio e altri debiti.
E’ facile partire: tutti conoscono qualcuno che ha già fatto lo stesso viaggio, in qualsiasi luogo del mondo. Ci si affida al trafficante locale, persona nota nella comunità, che mette in contatto con gli organizzatori. Secondo le stime delle organizzazioni internazionali per i rifugiati, l’80% di chi arriva adesso in Europa è una persona che richiede asilo politico, molto di più che in passato. Ciò che non è cambiato è che questi viaggi sono affidati ai trafficanti di uomini, situazione indegna di un’Europa civile.
C’è da dire che la proposta di corridoi umani si scontra con la realtà di paesi terzi assolutamente instabili e pericolosi, come la Libia. L’espressione “aiutarli a casa loro” può aver senso se l’Occidente smette di sfruttare alcuni di questi paesi coinvolti e aiuta classi dirigenti adeguate a crescere ma non credo che ci sia l’interesse a farlo.

 Chi organizza questi viaggi e come opera? Esistono vari tipi di organizzazione in base alle rotte attraversate e al momento storico. Vi sono i grandi boss dello smuggling, che fanno in modo che vi siano barriere tra i vari livelli dell’organizzazione, per cui il semplice scafista può non sapere chi sia. Secondo i racconti di scafisti e magistrati, si tratta di un vero e proprio uomo d’affari. Per esempio, il turco Muammar Kucuk possiede un’azienda farmaceutica via prestanome, ville e yacht. Josip Loncaric aveva una flotta di aerei ed era sposato con la figlia di un boss della triade cinese. In altri casi, invece, manca una figura centrale di riferimento: di recente sono stato in Serbia e lì ho scoperto che il lavoro del trafficante è fatto dai diversi tassisti, che sanno muoversi tra le frontiere e corrompere i poliziotti. Si conoscono tra di loro, non si fanno concorrenza e da questi traffici ciascuno guadagna 200.000-800.000 euro l’anno. La condizione fondamentale è essere al posto giusto al momento giusto, in luoghi come Libia, Turchia e Grecia. Chi conosce e controlla i passaggi di frontiera, i territori e le forze di polizia, può inserirsi in questo mercato. Il reclutamento di manovalanza da parte delle organizzazioni avviene in maniera funzionale: si cercano persone sveglie, affidabili ma non pericolose e troppo ambiziose, in grado di stare al proprio posto. Un elemento essenziale è la capacità di mimetizzarsi e non destare sospetti, come i tassisti in zone turistiche.

Quali sono le attività di favoreggiamento di questo traffico? 
Ci sono casi di agenzie di viaggi che sono coinvolte in queste attività illegali. Per esempio, esse preparano finti pacchetti turistici per sudamericani che vorrebbero andare in Spagna ma che sarebbero respinti se ci andassero con un volo diretto. Passando, invece, per una meta intermedia in Europa, come l’Italia, non hanno problemi perché vige il trattato di Schengen. Molte organizzazioni
lavorano su base etnica e possono aver bisogno di una sosta intermedia tra l’approdo degli immigrati a Lampedusa e il viaggio in Europa. A quel punto, cercano un connazionale compiacente in una città e che possiede un’attività insospettabile come un kebab o un phone center. Anche i permessi speciali per lavori stagionali sono utilizzati per fare entrare gente nel Paese, in assenza di controlli e a vantaggio di tutti i soggetti coinvolti (comprese le aziende, che intascano lauti contributi senza far lavorare nessuno).

Quant’è realistica la possibilità d’infiltrazioni terroristiche? Il mondo in cui viviamo prevede l’esistenza del terrorismo, per cui questa minaccia non può essere esclusa del tutto. Detto questo, secondo me, un’organizzazione terroristica strutturata come Al Qaeda o Isis non manda suoi uomini su un barcone, bensì possiede i mezzi per farli arrivare in aeroporto con documenti falsi ma assolutamente simili a quelli veri o per reclutare persone residenti in Europa, come sta già avvenendo nel conflitto siriano.

Stefano Summa


Intervista a Musumeci #3 copia

 

 

 

Alessandria s’è aggiunta da qualche tempo ad altre città nella rete dell’accoglienza dei rifugiati approdati nel nostro Paese quest’estate. Per capire come lavorano gli attori di questo settore, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Mara Alacqua, presidente di APS Cambalache, associazione di promozione sociale attiva nel nostro capoluogo.

Com’è nata l’associazione e come opera? APS Cambalache è stata fondata nel 2011 da un gruppo di giovani di diversa formazione con interesse verso i diritti umani, la cooperazione internazionale e le immigrazioni. Vi lavorano 5 persone, tutte tra i 25 e i 35 anni. Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 abbiamo avviato un progetto di accoglienza per richiedenti asilo politico in occasione dell’emergenza Nord Africa dopo il conflitto libico e le primavere arabe. Collaborando con l’agriturismo Lo Casale di Arquata Scrivia, abbiamo ospitato 12 ragazzi del Bangladesh.
Un progetto simile è stato messo in moto tra aprile e maggio 2014, nel quale 28 ragazzi provenienti da 6 paesi (Senegal, Gambia, Nigeria, Benin, Mali, Burkina Faso, Guinea e Ghana) sono stati allocati in 5 appartamenti ad Alessandria. In attesa di una risposta definitiva alla loro richiesta di asilo politico, i rifugiati gestiscono indipendentemente i loro alloggi, mettendoli in ordine da sé e preparandosi i pasti da soli. Noi ci occupiamo di vitto, alloggio, gestione amministrativa, assistenza generica alla persona, fornitura di abbigliamento, biancheria e prodotti d’igiene.

Com’è il vostro rapporto con i rifugiati? Cosa vi hanno raccontato? La maggior parte di noi ha le conoscenze e le esperienze per approcciarsi empaticamente con i ragazzi, comprendendo il loro disagio nel trovarsi in un mondo completamente diverso.Cerchiamo di instaurare un rapporto all’insegna dell’amicizia, della fiducia e del rispetto reciproco, mantenendo però una certa distanza al fine di evitare un eccessivo coinvolgimento emotivo. A tutti loro piace l’Italia, hanno il desiderio di rimanere e integrarsi qui: il nostro paese ai loro occhi appare come un luogo dove i diritti sono fatti rispettare, anche quelli più “semplici” come quello all’istruzione. Sono molto grati per l’accoglienza ricevuta e hanno una forza interiore incredibile, soprattutto dopo quello che hanno passato. Per molti di loro la Libia ha rappresentato un punto d’arrivo: infatti, hanno lasciato i Paesi di provenienza per recarsi lì, con la promessa di lavoro in abbondanza dopo la caduta di Gheddafi. Tuttavia, hanno trovato discriminazione razziale e sfruttamento. Le milizie ribelli e i soldati libici controllano le frontiere, stimolando l’ingresso d’immigrati e impedendone l’uscita, cosicché per questi ultimi è impossibile tornare a casa. Molti sono sequestrati e derubati, costretti a pagare per la propria libertà e trattati come schiavi. La fuga verso l’Europa è l’unica possibilità per scappare. Secondo le leggi internazionali, i richiedenti asilo devono essere ospitati fino a una definizione completa del loro status.

 

 

 

2014_zapping_news_uscita_09_Pagina_03_Immagine_0007 Qual è il vostro giudizio sulla macchina dell’accoglienza? Quali sono i suoi difetti e le possibili soluzioni? Essa è operativa in stato di “emergenza”, anche se ormai non dovrebbe essere più gestita come tale. L’Italia è una porta d’ingresso per l’Europa per un numero crescente di persone in fuga da numerosi conflitti, molte di più degli emigranti economici. Lavorare in modo emergenziale è complicato per tutti. La Prefettura deve sistemare un gran numero d’individui in poco tempo e senza strutture fisse a disposizione. Le associazioni come noi operano con convenzioni valide per 3 mesi e non sanno quanto tempo hanno a disposizione per lavorare con i ragazzi. Chi vorrebbe inserirsi nel settore (per es. gli hotel) teme per le incertezze su tempi e competenze necessarie per l’accoglienza. Mancano delle linee guida d’intervento, tutto è lasciato alla discrezione degli erogatori di servizi. Lo Stato dovrebbe uscire da questa logica in favore di un sistema più stabile e l’Europa dovrebbe supportarla in questo passaggio con un programma comunitario per la gestione dell’accoglienza.

 Com’è recepito il vostro lavoro dal mondo esterno?
Nel mondo del lavoro c’è ancora molta diffidenza nei confronti dei ragazzi, al di là degli impieghi stagionali e di occupazioni più stabili come il giardiniere e il custode. Non è stato facile trovare affittuari disponibili, inoltre riceviamo spesso lettere di lamentela dai condomini con motivazioni futili. Cerchiamo di organizzare eventi di sensibilizzazione, come in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, con attività curate dai ragazzi stessi. Attiviamo percorsi di volontariato sia per aiutarli a sentirsi utili nellà comunità sia per far capire alla cittadinanza la loro voglia di fare e restituire. Ci piacerebbe avviare un progetto di mutualità dell’accoglienza con nuclei famigliari. Sarebbe interessante coinvolgere i ragazzi nell’apprendimento di mestieri che si stanno perdendo come il sarto o il falegname.

Stefano Summa


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Vincent Obikezie ama l’Italia e con orgoglio e commozione racconta che il prossimo 21 settembre farà la Prima Comunione e la Cresima qui ad Alessandria alla Don Bosco. Sembra un bambino alla vigilia della festa, si emoziona e sorride. Traspare ed esprime in ogni  affermazione quel sentimento a cui non siamo più abituati e che si chiama gratitudine. Vincent è profondamente grato al nostro paese e all’associazione Cambalache che si prende cura, nella nostra città, di coloro che aspettano che sia loro riconosciuto lo status di rifugiato politico.
Vincent, ha 24 anni, ha studiato al College Scienze Agricole, in Nigeria ha scritto anche un libro, dal tema quanto mai attuale,giovani e ambiente, è cristiano e nella guerra fratricida del suo Paese gli hanno ammazzato madre e fratellino perché cristiani. Suo fratello gemello è rimasto  lì, obbligato a combattere, Vincent è scappato per non morire e per trovare la salvezza ha impiegato un anno e otto mesi prima di giungere sulle nostre coste. Ricorda la paura ed il terrore in Libia, senza la possibilità di tornare indietro, – non viene concesso il permesso di uscire se non dalle coste verso il Mediterraneo- . Dopo tanta violenza e polizia di cui  avere terrore, Vincent ricorda quando la nave dell’operazione Mare Nostrum li ha avvicinati in mare: “credevamo di  essere nuovamente nelle mani di militari e poliziotti spietati invece abbiamo visto che tendevano le loro mani per
aiutarci e salvarci. Quando ho visto la costa non mi sembrava vero, non riuscivo a credere che dopo un anno e otto mesi ce l’avevo fatta ero riuscito a  salvarmi”.
Vincent è arrivato ad aprile e dovrà purtroppo aspettare ancora un bel po’ prima che il suo status di rifugiato venga riconosciuto, nel
frattempo studia l’italiano, vuole imparare a conoscere la nostra città e ha tanta voglia di fare e dimostrare la sua gratitudine. Il suo sogno è continuare ad occuparsi di agricoltura, secondo i suoi studi, e scrivere come faceva in Nigeria. Ammira la nostra
democrazia e di Alessandria gli piace tutto, anche il clima; verso il suo Paese sa essere obiettivamente critico: “L’Africa – dice – è bellissima e ricchissima, ma ci stiamo ammazzando fra di noi”.
Vincent è uno di quelli che è sbarcato sulle nostre coste e di cui abbiamo percezione soltanto come numero nella contabilità quasi quotidiana degli arrivi, ma Vincent è soprattutto un essere umano non diverso da noi, anzi, anche migliore di molti di noi: ha la forza della gioventù, l’ottimismo di chi davvero ha conosciuto il dolore e la fiducia in un domani migliore, ha la speranza dopo aver
vissuto l’inferno e guarda con un sorriso e tanta voglia di fare il Paese che lo ha accolto come la madre che non ha più.

Fausta Dal Monte

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