La violenza domestica non ha sesso

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Intervista esclusiva alla dottoressa Marina Bacciconi, responsabile dell’ONVD

“Voglio giustizia per tutto il tempo perso con mia figlia, voglio mia figlia”: la storia di K.

L’Osservatorio Nazionale sulla Violenza Domestica, nato nel 2006 per volontà dell’Università di Verona e dell’Osservatorio Epidemiologico Nazionale sugli ambienti di vita dell’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro, con il patrocinio del Ministero della Salute, si occupa da anni del fenomeno della violenza domestica, senza alcun pregiudizio di genere. Per saperne di più, abbiamo parlato con la responsabile dell’ONVD, Marina Bacciconi.

femminicidioQuali sono gli obiettivi e i metodi di lavoro dell’ONVD?
L’osservatorio studia il fenomeno attraverso la messa a punto di osservazioni in grado di offrire una visione definita di una determinata realtà. La metodologia adottata prevede la rilevazione di dati certi, derivati da atti formali d’istituzioni sanitarie e di polizia, riferiti al solo “emerso” (in progressivo aumento). L’identità di vittime e aggressori è protetta da un sistema automatico di criptaggio dei dati sensibili, approvato dal Garante della Privacy. Importanti sono anche le attività informative e formative.

Quali sono le principali considerazioni che ricavate dal monitoraggio del fenomeno?
Gli aspetti che colpiscono sono molteplici: nei territori indagati, 1/3 delle vittime è maschio (non solo bambini o anziani) e 1/3 degli autori è femmina (non solo madri ma anche mogli). Riguardo all’età, non si riscontrano sorprese, anche se ultimamente sta aumentando il numero di vittime e autori anziani, soprattutto nei casi di “violenza verticale” (cioè tra diverse generazioni, per es. tra figli e genitori). Buona parte degli interventi è concentrata a tutela della figura femminile, che rappresenta la vittima prevalente di questo tipo di aggressioni, ma non l’unica. Bisogna occuparsi di più anche di uomini e di anziani. L’osservatorio valuta solo casi di violenza fisica, notificata attraverso atti formali. Quella psicologica fa riferimento al reato di atti persecutori, auspicabilmente apripista per il contrasto di altri crimini connessi alla famiglia. Così non è stato, dato che la procedibilità d’ufficio dopo il richiamo del Questore, al momento, c’è solo per lo stalking.

Avete riscontrato particolari difficoltà?
I problemi cui far fronte sono numerosi. In primo luogo, è necessario essere riconosciuti e stimati dai vari enti, soprattutto dai loro responsabili. È arduo far comprendere a tutti i soggetti che, se ci si coordina, è possibile occuparsi della violenza domestica coralmente, ciascuno con le proprie competenze. Spesso le istituzioni sono molto legate a chi le rappresenta in quel momento, per cui l’interazione risulta personalizzata e, quindi, complicata. Essendo medico legale, possiedo una lunga consuetudine con forze di polizia e magistratura, sussiste un rapporto di fiducia reciproca. Tuttavia, non è sempre così semplice, occorrono determinazione, costanza e professionalità.
Ci si dovrebbe rendere conto che non servono tanti punti diversi di raccolta dati o altre modalità di risposta per ogni singolo caso. È fondamentale che sia predisposto un metodo comune a tutti gli operatori del settore, non solo per l’accertamento del fenomeno ma anche per la valutazione sul da farsi, nel tentativo di risolvere i punti critici. Ci sono vittime cui si fatica a far capire che il legame tra due persone si basa sul rispetto reciproco e non sulla prevaricazione. Dobbiamo poi cominciare a ragionare sul fatto che la società futura sarà sicuramente multiculturale. I gruppi etnici che vivono e lavorano in Italia possiedono sì le proprie consuetudini, ma ormai siamo arrivati alla terza generazione, occorre mettere in discussione tali costumi. Finché pensiamo che basti vietare per legge pratiche come le mutilazioni genitali, è difficile avere dei risultati senza l’impegno a far comprendere a madri e nonne che si può far del bene ai figli in altro modo.
violenza_sugli_uominiQuali proposte avanzate per favorire l’emersione e il contrasto del fenomeno?
Prima di tutto, bisogna conoscerlo, sapendo che è in costante trasformazione e strettamente connesso all’idea di società imperante. Fatto ciò, è possibile coinvolgere tutti gli attori istituzionali in un’azione collettiva, per es. attraverso tavoli di coordinamento operativo. Il problema non è il numero di strutture a disposizione ma la mancanza di strumenti e personale che ne valuti l’effettivo utilizzo. Non è possibile che ogni comune, anche il più piccolo, si faccia carico di una o più vittime, perché alla lunga il costo sarebbe insostenibile (si ipotizza l’istituzione di fondi di solidarietà cui possono accedere amministrazioni della stessa zona). Ogni singolo operatore non deve fare decine di telefonate per aiutare una vittima, bensì deve essere fornito di un archivio di facile consultazione, a costo zero e aggiornato per ogni evenienza. L’iter giudiziario è troppo lento, ci vogliono dai 2 ai 5 anni per arrivare a una sentenza in primo grado. La vittima deve essere pronta a sostenere questo ingente sforzo, anche economico. In questo senso, abbiamo costituito un gruppo di lavoro con magistrati e presidenti di tribunali per capire dov’è possibile velocizzare il tutto con la normativa vigente. In realtà ciò che manca è la volontà di dare una risposta coerente e seria a questo fenomeno, a costo di trascurare consenso politico e guadagni. Questa è una vera e propria emergenza: dal 2004 i reati familiari hanno superato quelli legati alla criminalità organizzata. I media non possono occuparsi di questo tema solo per moda, limitandosi al singolo avvenimento, ma devono cercare di comprenderne il contesto, con attenzione e professionalità.

 

Stefano Summa

 

 

Il caso giudiziario

child-custody-law-reform-desiredIl protagonista di questa storia fatta di abusi e pregiudizio è un signore dal sorriso contagioso, che da quasi sei anni vive un incubo giudiziario che gli sta rovinando la vita. Per tutela della privacy lo chiameremo K., come il protagonista del romanzo “Il processo” di Kafka. Proprio come nel romanzo, al nostro K. nel febbraio 2007 viene recapitata una denuncia ed una convocazione presso la caserma dei carabinieri; l’uomo, stupito della notifica ma armato di coscienza pulita, si reca presso le forze dell’ordine. Circa due mesi prima aveva avuto un brutto periodo con la compagna, con la quale ha una figlia, ed era stata decisione comune prendersi un periodo di pausa al fine di ristabilire l’ordine emotivo: durante questa pausa, i due non hanno condiviso la stessa casa, ma K. era fiducioso che si trattasse di una cosa provvisoria; ma, una volta in caserma, la fiducia s’infranse in un sordo boato. La donna aveva fornito una versione della vicenda, coronando il tutto con la più infamante delle accuse: molestie alla bambina da parte del padre, mossa dalla paura di perderne l’eventuale affidamento, in quanto la donna vive in un contesto malato, possiede altri figli nati da una precedente relazione e non ha indipendenza economica. L’uomo, incredulo, è costretto a contattare un avvocato, un Caronte con la cravatta che lo accompagnerà nella discesa agli inferi della giustizia italiana: si apre il processo. Dopo alcuni anni di udienze e perizie, i giudici si esprimono decretando false le accuse della donna, che secondo i togati, soffrirebbe di istrionismo, un disturbo della personalità piuttosto grave; nonostante ciò, i giudici del tribunale dei minori optano inspiegabilmente per l’affidamento congiunto. Affidamento congiunto mai rispettato dalla donna, che nasconde la figlia a K. In Corte d’Appello la situazione peggiora: la bambina viene affidata in maniera esclusiva alla madre, ma la tenacia di K., che si è reinventato avvocato a quarant’anni, fa rivedere la sentenza: la bambina infine viene affidata a terzi, la madre di K., ed i genitori vengono posti sullo stesso piano. La motivazione dei giudici è che la bambina ha subìto stress e soffre di una sindrome di alienazione genitoriale (PAS), causata dalla madre, dai genitori di questa, dai compagni avuti, da psicologi e assistenti. Pertanto dev’essere bonificata presso terzi, ma la bambina dimostra chiaramente la volontà di restare con il padre. L’uomo è disperato, combatte contro i mulini a vento ed è costretto a rinunciare a parte della sua attività per seguire le vicende giudiziarie che una mano oscura continua a giostrare: perizie che scompaiono, denunce dissolte nei fascicoli, dettagli omessi che prolungano l’attesa di una sentenza giusta e definitiva. “Punto il dito contro il patrocinio gratuito, – si sfoga K – che innesca la pioggia di denunce infondate. Contro il prevalente femminismo che gravita attorno alle vicende di questo tipo (il 93% degli affidi in Italia è alle madri, ndr). Contro i tribunali dei minori, che in associazione con ASL e assistenti sociali, trattano i bambini come numeri di un sistema, senza tenere conto del costo umano correlato alle loro scelte. Infine, voglio esprimere tutta la mia rabbia per la spaventosa disparità di trattamento che ho dovuto subire in quanto uomo: anche noi siamo vittime di violenza domestica. Voglio la verità per questa delicatissima situazione che vede coinvolta una minore, a rischio di crisi evolutiva per inadeguatezza degli operatori, ed un padre, che lotta per tutte le ingiustizie che ha dovuto sopportare e che hanno contribuito e contribuiscono tutt’ora a peggiorare il conflitto e, di conseguenza, la patologia grave della bambina. Che tutti i colpevoli paghino per le ingiustizie che ho subito, per la salute che ho perso (K. ha iniziato a soffrire di una documentata patologia da stress), per il tempo che non ho potuto trascorrere con mia figlia. E per il disagio economico che mi ha portato a perdere tutto, anche la dignità. Voglio mia figlia”.

 

Nicholas Capra

 

Dati e numeri

Ecco i risultati di un’indagine a tappeto dell’ONVD del 2006 nella provincia di Verona, uno degli studi più dettagliati sulla violenza domestica.
In un anno sono state registrate 2706 richieste d’intervento a fronte di 2373 episodi di violenza in famiglia, che hanno visto come vittime 2284 persone. L’atto violento è più frequentemente determinato dall’assunzione di alcol, da futili motivi e dallo stato di separazione/rottura. Il 46,9% degli episodi è avvenuto nella fascia oraria tra le 21 e le 5, con cadenza leggermente maggiore nei fine settimana.
Gli interventi in ambito sanitario segnalano segni dovuti a pugni e calci (70,5%), in particolare sul capo/collo (34,6%), traumi cranici (10,5%), contusioni, ecchimosi ed ematomi (45,8%) in molteplici aree corporee (42,7%). Le prognosi si aggirano attorno alla settimana (58%), ai 15-30 giorni (10,5%) o sono non quantificate (5,6%).
Le vittime sono al 64,8% femmine e al 33,9% maschi. Il 53,8% ha tra i 26 e i 45 anni, il 10,2% è under 18 mentre il 5,8% è over 65. Sono italiane nel 71,6% dei casi, straniere nel 24,8%. I diplomati e i laureati si aggirano attorno al 30%, gli studenti al 8,7%. Sono occupate (58,1%), casalinghe (21%), pensionate (5,1%) o disoccupate (3,7%).
Gli aggressori sono al 68,5% maschi e al 27,7% femmine. L’86,1% ha tra i 25 e i 65 anni, il 5,6% è under 25 mentre il 6,1% è over 65. Sono italiani nel 74,4% dei casi, stranieri nel 21,9%. I diplomati e i laureati si aggirano attorno al 38%, gli studenti al 3%. Sono occupati (75%), casalinghi (4%), pensionati (5%) o disoccupati (5%).
Si verifica reiterazione su minori (43,8%) da parte di uno o entrambi i genitori (66%), su adulti (33%) da parte del partner (41%), dell’ex (18%), di un figlio (4%) o un genitore (5%) e su anziani (36,5%) da parte di partner/ex (25%) o figli (29%).
Nel 33% dei casi si ha reciprocità tra partner/ex (16,8%), familiari (13,6%) o parenti (2,5%).
Le ipotesi di reato (1049) contemplano perlopiù, a parte offesa maggiorenne, omicidio (10), tentato omicidio (6), maltrattamenti (148), lesioni personali (324), violenza sessuale (16) ed estorsione (14); a parte offesa minorenne, atti sessuali (20).

 

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